Confessioni di settembre

Questo settembre è stato un mese produttivo. Ho esternato a più persone i miei pensieri. Da qui il motivo per cui in un altro post dicevo queste cose: “Mi sento gratificato delle attenzioni di cui mi stanno onorando le persone, rendendomi partecipe delle loro opinioni su di me. Procedimenti che sono stato io a innescare”.

…e leggero il mio pensiero vola e va ho quasi paura che si perda

Come credevo di apparire

Sabato sera scorso, di ritorno dal matrimonio del Marsigliese, ho incontrato la Niña. Le ho detto ciò che pensavo di lei (puntata precedente qui). In realtà, saranno stati tutti i bicchieri di Greco di Tufo bevuti durante il giorno (credo di aver esaurito la vendemmia 2010) o il fatto che in completo elegante mi sentivo figo (Barney Stinson regna) o ancora la musica in sottofondo diffusa al Festival, fatto sta che…beh…ecco, ci ho provato.

Immaginate Gintoki che si appropinqua con la bocca a sedere d’anatra al viso della fanciulla, mentre il braccio piegato come la curva Vecchia Stazione di Monte Carlo cerca d’intrappolarla.

Se in sala nessuno deve vomitare, continuo.

Lei: Dai…fa’ il bravo!
Io: Perché?
Lei: Perché sì!
Io: …
Lei: Non va bene!
Io: … (raccolgo le idee)
Lei: …
Io: Perché? (il risultato delle mie riflessioni: un avverbio…)

A quel punto lei ha tirato fuori il manuale delle frasi fatte che le donne ricevono in dotazione alla nascita, esponendomi in sequenza il campionario dei pezzi forti:

1) Mi piace così come stiamo!
2) Abbiamo un equilibrio! Non rompiamolo!
3) Non sei tu, sono io…
4) Sono instabile e problematica!
5) Poi finirai per soffrire…
6) Se proprio dovessi trovare un motivo…Ecco, il fatto è che tu mi piaci. Però mi piaci normale, non è che mi piaci proprio da impazzire…

A quel punto ho concluso il discorso e me ne son tornato a casa, anche perché mi era venuta una botta di sonno ed ero con l’auto.
E dire che ero partito per dirle semplicemente  la verità, cioè, “non ti considero un’amica normale”, poi sapevo benissimo che non ci sarebbe stato altro, non c’era prima di sabato sera e non ci sarebbe stato dopo. Son riuscito a dirle queste cose, comunque, e da allora credo di sentirmi molto meglio, come se avessi chiuso un capitolo.

…No, cosa sono adesso non lo so, sono come, un uomo in cerca di se stesso

La settimana precedente, invece, ne ho combinata un’altra. Avendo fatto una cosa che l’ha fatta indispettire, la mia ex ragazza si era alquanto infastidita. Io le ho confessato i motivi per cui l’avevo fatto, cioè che provavo ancora dei sentimenti per lei. È vero, purtroppo. Non posso farci niente. Ha fatto finta di sorvolare, investendomi, invece, di accuse al veleno. Premesso che ne aveva anche tutto il diritto, perché non sono stato proprio un modello ideale di comportamento, va detto che abbiamo chiarito e, due giorni dopo, si è anche scusata per i toni.

…sono solo, solo il suono del mio passo…

In mezzo ai due avvenimenti, ho detto al Polacco, Patti Smith e Soldato Joker, cosa pensavo di una loro amica che frequenta la compagnia e che io fatico a sopportare.

A inizio mese, infine, ho avuto una discussione con i miei genitori. Era arrivato il punto di affrontare alcuni discorsi e chiarire punti di vista diversi. Viviamo pur sempre sotto lo stesso tetto (e chissà per quanto altro ancora, non avendo io entrate fisse e regolari che mi garantirebbero indipendenza) e, quindi, è necessario mantenere le basi di una convivenza tranquilla. Mio padre ha ascoltato in silenzio, mentre mia madre ribatteva alle mie affermazioni. Poi, quando ho affrontato un ultimo punto, cioè il fatto che trovo eccessive le loro preoccupazioni sulla mia vita e le mie scelte, mio padre è intervenuto, esclamando:

– Sii sempre grato di avere chi si preoccupa per te, fosse a 10, a 20, a 28 anni o anche oltre.

È stato un colpo basso. No, davvero.

Mio nonno, credo di averlo già scritto in qualche post fa, non è stato propriamente una brava persona. Tutt’altro. In quella frase di mio padre, in quel momento, si è materializzato davanti ai miei occhi tutto il peso di 60 anni di vita vissuta e sofferta.

Sono rimasto senza più niente da dire.
Che colpo basso.
Ho sentito di volergli ancor più bene e sono andato via perché mi stavano venendo le lacrime.

Teoricamente settembre non è ancora finito, quindi avrei ancora tempo per fare altri danni, ma, dato che ho deciso di seguire il calendario rivoluzionario francese, per me da inizio settimana (più o meno) è cambiato il mese, siamo entrati in Vendemmiaio. Quindi ora basta, nuovo periodo.

Ma intanto il sole tra la nebbia filtra già: il giorno come sempre sarà…

Lafitte_Vendemiaire

I culi sono come le opinioni

L’altroieri, guardando la home del mio Facebook, ho visto condivisi vari link riguardanti alcune dichiarazioni rilasciate dalla Presidente della Camera, Laura Boldrini. I miei contatti erano stupiti, irritati, scandalizzati dalle parole dell’Onorevole: Boldrini contro la famiglia, Boldrini contro le mamme, Boldrini: fare la mamma è offensivo e così via. Devo dire che, lette così, anche io ho pensato che questa qui dovesse aver perso il lume della ragione. Poi, sono andato a controllare cosa effettivamente avesse detto:

Gli stereotipi: chiaro che non sono principalmente un problema dell’informazione, perché anche la pubblicità non scherza. Ci sono certi spot – e io ho esperienze anche fuori dai confini nazionali – che, quando li vedo, penso sempre “Ma questo spot sarebbe messo in onda in un altro Paese? Nel Regno Unito, verrebbe messo in onda questo spot?” La domanda, e la risposta è sicuramente no. Non può essere concepito normale uno spot in cui i bambini e il papà sono tutti seduti e la mamma serve a tavola. Guardate, merita una riflessione, questo. E, ancor di più, gli spot in cui vediamo che il corpo della donna viene usato per pubblicizzare che cosa? Viaggi turistici, yogurt, automobili, computer. Ma in quale altro Paese questo verrebbe tollerato?

Perché oggi parlo di questo? Perché anche io, seppur in maniera ironica, mi sono soffermato sugli spot tv,  constatando l’uso strumentale che viene fatto della figura della donna. Andiamo sull’ultimo punto, quando parla del corpo femminile usato per promuovere i prodotti. È un’accusa così campata in aria? Mah, io mi chiedo: è proprio necessario un culo o un paio di tette per un cellulare? La risposta è: certamente, perché fa vendere. E allora sì, c’è qualcosa di sbagliato.

Non è fare moralismo, né tantomeno voler passare a mettere il niqab alle donne.
Il culo, ad esempio, è bello. Va visto, celebrato, osannato. Se esiste una scultura che si chiama addirittura Venere Callipigia (che vuol dire “belle natiche” in greco), con un’Afrodite nell’atto di alzarsi la veste e mostrare il lato B, ci sarà un motivo. A proposito, andatela a vedere al Museo Archeologico di Napoli, se potete. È una copia di epoca romana di una statua dell’Antica Grecia, dove di bellezza ne capivano.
Esisteva anche un rituale, l’ἀνάσυρμα, praticato durante le Tesmoforie (feste in onore di Demetra e Persefone), in cui le donne alzavano appunto le loro vesti mettendo in mostra le grazie.
Quindi, viva le chiappe! Purché siano solo strumento di bellezza. Se dobbiamo, invece, assistere alla mercificazione del corpo, così come avviene tutti i giorni davanti ai nostri occhi, da parte della tv, dei giornali, dell’industria e anche della politica, allora io la penso come la Boldrini.

Che poi questo avvenga solo in Italia e non all’estero, non ne ho idea. Forse l’Onorevole avrà peccato di presunzione, ma, in ogni caso, non trovo affatto scandaloso puntare il dito contro l’uso distorto dell’immagine della donna.

Tornando un attimo indietro col discorso, arriviamo alle mamme: premesso che la Boldrini poteva esprimersi meglio, il concetto di base è tutto racchiuso nell’incipit del discorso: stereotipo. In tv viene presentato un mondo posticcio, dove la donna è sempre un servizievole angelo del focolare, sorridente nello spignattare tra i fornelli, casalinga e stop, ingabbiata in un ruolo da cui non deve uscire. Basta un minimo di intelligenza per capire una semplice distinzione: non è offensivo fare la mamma (e sarebbe sì da folli affermare questo) o prendersi cura della casa, è offensivo che sia considerato solo quello il destino di una donna. È diverso.

Una tipica mamma, appena uscita dalla beauty farm, felice di servire ai quei gran rompiscatole dei suoi figli un pranzo a base di tenere cotolette di cartone espanso e wurstel di silicone esausto

Lo capiscono in pochi: prima di scrivere questo post, ho fatto una ricerca su internet sulle dichiarazioni del Presidente della Camera. Tra i commenti degli utenti, quello che va per la maggiore è il seguente: questa non scopa abbastanza.

Siamo sicuri che non ci sia una mentalità distorta in questa società?

You know nothing, Gintoki

Voglio dirti alcune cose che mi sono venute in mente

A un certo punto ho sentito un suono come di un gong accompagnare questa frase. No, anzi, era più simile a una campana, tipo Hells Bells, infatti poi ha fatto irruzione Brian Johnson con la sua coppola e non è stato molto bello.

Mi sento gratificato delle attenzioni di cui mi stanno onorando le persone, rendendomi partecipe delle loro opinioni su di me. Procedimenti che sono stato io a innescare.
Voglio giustificarmi, mio lettore, io sono piccolo come un pulcino e le mie parole sono pigolii, ma non faccio il pollo e scrivo più morbido (ce lo ricordiamo in 3 questo spot della Bic) e allora abbandonati sullo schienale e ascoltami.

Ho dei cicli mentali irregolari, è per questo che poi resto facilmente gravido di idee malsane che finisco col condividere col resto del mondo. Perché non si può essere sempre una Vergine di Norimberga, dura fuori e con le spine dentro che poi ti fanno questa cosa di tortura e sanguinamento interno. Io poi son pure Pesci e l’astrologia la odio e a Norimberga non ho mai messo piede né ho subito processi, se non alle intenzioni.
Ho però visto Dachau, il KZ Gedenkstatte, che, pure se non c’è più niente o quasi, ti gela le spalle a camminarci dentro, soprattutto se ci entri appena aperto quando non sono arrivati ancora i turistotti che si fanno le foto in posa.

02 04 07

Ecco, la divagazione era proposito di brutture partorite dalla mente, che poi nel mondo ce ne sono state, ce ne sono e ce ne saranno tante, quindi uno ne sceglie una come simbolo del Male per non dimenticare, ma poi dimentichiamo sempre.
E anche noi, nel nostro piccolo, subatomico mondo di quotidianità, bottoni e bollette della luce, finiamo per obliare e commettere errori.

Tutto questo per dire che arriva un bel giorno e FRAN!, va come va per i quadri, lettore.

E a volte mi viene, sì, così, e finisco per non capirci nemmeno molto. Ma forse la realtà è che non so niente.
Per questo, pure se mi danno spiegazioni, a me mancano le basi e non imparo.

Ho dovuto riempire questo post perché sto ancora aspettando le rivelazioni, forse è meglio così, sto ancora macinando le verità non più nascoste venute fuori da un’altra vita. Ne ho fatto farina per il mio pane quotidiano, debbo sfamarmi per placare i rimorsi della fame.

Volume al massimo

Dopo tre anni i Massimo Volume hanno prodotto un nuovo disco, Aspettando i barbari, ascoltabile in anteprima qui.

La traccia che ho apprezzato di più è Silvia Camagni, non tanto per l’aspetto sonoro, anzi, che non mi ha preso più di tanto rispetto alle altre, ma per il testo, che ho anche trascritto (sperando di non aver commesso errori).

Silvia Camagni

Se ne andò di casa un pomeriggio di maggio
lasciando che il sole sbiadisse tutto quello che era stato
Portò con sé gli occhi neri di sua madre,
un orologio rotto, la promessa inutile di un indirizzo sbagliato

Poi in un bar lungo la strada,
un ragazzo le chiese della sua solitudine, della sua testa rasata
Lei rispose “Sono la vedova dei vent’anni mai passati
le mie bottiglie sono vuote o sono chiuse
ma la strada è fatta anche per questo
e se vuoi ti aspetto”

Si fermarono a dormire in una pensione a due passi dal mare
lui le offrì il suo corpo glabro e la canzone nella pubblicità di una gomma da masticare
Lei gli mostrò una stanza buia proprio in fondo al suo cuore
“Vorrei invitarti a entrare – gli disse – ma c’è troppa confusione”

Si lasciarono la mattina dopo a un incrocio, senza niente da dirsi,
giusto un gesto del capo
Si lasciarono come tutte le cose destinate a dividersi,
come il mare e la terra, come gli amanti di un’ora

Silvia, stai attenta, copriti meglio
conserva l’amore per quando fa freddo

Qualcuno mi ha detto che adesso vivi a Berlino
che esci la sera, che abiti sola
Io ti sogno ogni tanto che attraversi la strada
ti giri e mi gridi “Fa’ presto”
ma di colpo scompari.

Foglie morte

Cosa ci faccio qui? Ho un abito che non mi appartiene, un ruolo che non mi appartiene, una città che non mi appartiene. Stringo il pugno. Raccolgo solo aria, molecole di O2 da intrappolare nelle pieghe del palmo, tra la linea della vite da uva e la linea delle more. Io sono frutto di un sottobosco dimenticato.

Il vento comincia a tagliarmi la gola. Fiotti di cattivo umore dalle mie vene, plasma spinto giù da qualche zona del cervello che non ricordo. Lobo frontale, parietale, temporale?

Temporale, sì. Tempesta ormonale.

È buio. Un vicolo deserto popolato di umani: mi guardano, inclinano la testa come cuccioli che non capiscono le direttive del padrone.

Gocce. Devo affrettare il passo, raggiungere la mia auto. Un utero metallico nel quale tornare, dal quale non uscire.

Disse il Buddha Sakyamuni (o chi per lui e propendo per questa ipotesi)

La mente è irrequieta come un bambino che gioca in un villaggio

Il corpo è la frontiera che si può violare

Soffitto basso. Un divanetto scomodo. Puzza di fumo.  Il mio volto deformato dal riflesso di un vetraccio. Io, i miei pensieri, i volti intorno a me. Il tutto mentre un’avvenente ragazza, ingaggiata per l’occasione, si denuda e si dimena davanti ai nostri occhi. Salve, siamo un addio al celibato: confezioniamo cliché dai tempi di Adamo ed Eva.

Mentirei se mi definissi indifferente alla vista di un corpo femminile, per lo più privo di abiti: fosse altrimenti, dovrei un attimo mettere in discussione la mia etero-eccentricità. Così, mentre una sconosciuta agita i glutei come gli shaker di un barman acrobata, io centellino ciò che rimane sul fondo del bicchiere. E penso.

Domani il Marsigliese si sposa. Porca miseria. No, davvero. Pensare che ricordo ancora quando lo conobbi, in prima media: mi attaccò discorso parlandomi di una vignetta su Hitchcock letta su un diario. Non avrei scommesso 100 lire su di lui. Vignetta su Hitchcock? Oddio.

E ora eccolo lì: un lavoro Oltralpe, amici sparsi ai quattro angoli del Pianeta (ma se viviamo su una sfera, ndò stanno gli angoli?), adesso una moglie. Sono sinceramente contento per lui, perché tutto ciò che ha se l’è conquistato, profondendo impegno per raggiungere i suoi obiettivi. È la prova che il merito esiste.
In queste situazioni, comunque, non posso fare a meno di provare un senso di mestizia. E mi sento colpevole nel provare tali sentimenti. A un tribunale morale avrei i lavori forzati.
Avvenimenti simili mi mettono sulle spalle un cappotto di angoscia. Leggero, eh, diciamo da mezza stagione. Non è per le nozze: io non mi sento molto interessato al matrimonio come istituzione e, anzi, credo che mai mi sposerò. Anche perché si tratta di una cosa da fare in due: trovare una malata di mente che pensi di passare l’intera vita con un soggetto come il sottoscritto, figuriamoci. Ciò che mi turba, in questi frangenti, è la percezione dello scorrere del tempo, inesorabile. Ineluttabile. Osservi gli altri che, nel frattempo, costruiscono qualcosa.

Ah.

Non lo sai che ogni volta che sospiri ti sfugge via un pizzico di felicità?

Non ricordo dove l’ho sentita.
(Aggiunta di me stesso: è tratta da Bakemonogatari, ep. 6. )

Come sono finito qui? Tra un po’ non ricorderò neanche il mio nome.

Ah, giusto. Addio al celibato. Dopo aver trangugiato pizza come se non ci fosse un domani, l’alcool ha iniziato a scorrere copioso. Nunc est bibendum, sodales!
In seguito, più scontato di un comizio politico pre-elettorale, l’arrivo di una fanciulla che, dietro compenso di 250 cocuzze, ha inscenato uno spettacolino.

La spogliarellista migliore
la seconda di sei
non è stato facile resisterle
mentre spalancava le gambe
(Leucò – Valentina Dorme)

Che squallore.
Non è un giudizio moralista. Per me, il corpo si può usare come meglio si crede. Non trovo differenza tra usare le braccia per costruire qualcosa, le gambe per giocare a calcio, l’intera figura per procurare eccitazione. È lavoro. E penso che ci siano occupazioni molto più mortificanti per l’essere umano rispetto a quelle che investono la sfera erotico/sessuale (ovviamente, quando parlo di quest’ultima categoria mi riferisco a pratiche non viziate da sfruttamento e violenze). È solo che…questa donna, che danza qui…non mi diverte. Volto la testa, vorrei essere altrove…altrove…la mente mi si annebbia.

Fra poco, forse, anche la mia città nativa mi s’annebbierà nella memoria, mi apparirà non più come una città del nostro mondo, ma come un villaggio disegnato tra le nuvole, popolato solo di creature fantastiche che si aggirano per quelle viuzze e lungo l’infinita monotonia della strada maestra… (Nathaniel Hawthorne, La lettera scarlatta)

Bah. Auguri e figli masculi. Salute!

Ps. Pur avendo intitolato questo post con una citazione dei Subsonica, i miei ascolti musicali in questa settimana hanno virato in tutt’altra direzione. Dopo aver incominciato ascoltando il nuovo dei Children of Bodom (mia vecchia passione), ho proseguito con l’ultimo dei Kamelot (col nuovo vocalist), per finire, poi, andando a ripescare ascolti doom che avevo obliato: Longing for Dawn, Officium Triste, Draconian.

Lei offende, effendi

Scusa.
La parola del pentimento.

Una delle parole più difficili da dire per le persone. Probabilmente, l’essere umano non è fatto per chiedere perdono per le proprie azioni. E neanche per accettare le scuse.

Nella mia vita ho chiesto scusa in svariate occasioni. Ho commesso molti errori e altri continuo a produrne ininterrottamente.
Non conosco crisi e cassa integrazione.
In virtù di ciò, ho smesso da tempo di considerarmi una brava persona. Lascio credere agli altri che io lo sia, mi serve per continuare a vivere. Sono un Dexter Morgan. Seguo anche io un codice e non commetto azioni esecrabili. Sono, però, meno maniacale e preciso, infatti dopo ogni “delitto” vengo sempre smascherato.

Nessuno, però, mi ha mai chiesto scusa.
E dire che, di cose che offendono la mia persona, ne ho viste.
Sto cercando di imparare a non darvi peso, a lasciar scorrere addosso, come il greto di un torrente fa con l’acqua, fermo e immobile come un bonzo (di Riace. ah ah ah).

È scritto nel Dhammapada:

Si abbandoni la rabbia, si lasci l’orgoglio,
si trascenda ogni legame.
Su colui che non si attacca a nome e forma
e che non possiede niente, non ricadono
le sofferenze.

Per nome e forma si intendono mente e corpo: il senso è quello di abbandonare qualunque attaccamento, sia materiale che psicologico, e raggiungere l’imperturbabilità di fronte alle esperienze sensibili; ἀταραξία e ἀπονία, se vogliamo parlare in senso epicureo.

Ecco, se ci riuscite veramente, vi prego di passare di qua a spiegarmi. Magari coi disegnini, sono lento di comprendonio.

E voi? Avete mai chiesto e/o ricevuto “scusa”?

Emilia paranoica

La settimana scorsa ho passato 3 giorni (2 e mezzo…a metà dell’ultimo giorno ho preso un regionale e mi son dato alla fuga, dopo essermi rotto le scatole) in giro a lasciare cv, a visitare svariate agenzie per il lavoro. Me lo consigliò, una volta, un addetto alla selezione, affermando che convenga sempre farsi un giro su. Converrebbe se ci fosse qualcosa disponibile, aggiungo io, ovviamente.
Però mi sentivo ottimista, energico: sto prendendo un integratore alla propoli. Dai, andiamo.

Cosa ho ottenuto: attestati di incoraggiamento (dev’esserci una svendita al discount di tale prodotto) e domande del cazzo.

Breve parentesi sulle domande del cazzo. Sono quelle a cui non puoi dare la risposta che vorresti realmente dare. Esempio: hai un appuntamento con un gruppo di persone, come al solito sei il primo e sei costretto ad aspettare (la vita di un puntuale è un inferno di solitudini immeritate, scrisse Stefano Benni), finalmente arriva qualcuno che, appena ti vede, domanda:
– Sei solo tu?
– No, c’è anche l’uomo invisibile con me: scusalo, è un po’ timido.
A domanda del cazzo, risposta commisurata.

Ecco, in ambito lavorativo, tra le domande del cazzo che ti pongono c’è questa:
– Come mai non ha proseguito con la precedente azienda?
Da notare che sul cv tu l’hai scritto bene “tempo determinato”.

Cosa vorrei rispondere:
– Sa com’è, piuttosto che rimanere a casa in panciolle a farmi mantenere ancora dai miei per 3-4 mesi aspettando che magari quelli della vecchia azienda si decidano a farmi un altro contratto a tempo, ho questo brutto vizio di voler subito riprendere a lavorare, lo dice anche il mio medico che dovrei moderarmi, sennò divento un giapponese.

Cosa rispondo realmente:
– La politica aziendale è quella di non ricorrere a una reiterazione dei contratti a tempo, quantomeno in un’ottica di breve periodo, poi, se la congiuntura economica dovesse permetterlo, nulla precluderebbe degli inserimenti definitivi, ma ho deciso, nel frattempo, di muovermi in autonomia.
La supercazzola.

In un colloquio c’avevo quasi creduto che ci fosse qualcosa e, poi, mi dicevo Caspita, non si vede che prendo la propoli? Dovreste farmi assumere solo per il mio stato di forma! peccato poi non è stato così…

Venerdì sono tornato a casa dopo aver dormito 4 ore (perché dopo una telefonata a mezzanotte della Niña non ho dormito per 2 ore per l’agitazione: un po’ sono preoccupato per come le vanno le cose, un po’ mi emoziona sempre perché è lei, addio) e non ho dormito nemmeno il pomeriggio, per correre dal veterinario. Non per me, spiritosi :D.

Giocando con la gatta noto che, sotto al collo, mi sembra di sentire una pallina. Piccolina, dura. Mi rivesto e in fretta voglio portarla a visitare, ero così agitato che non riuscivo a guidare, mi faccio accompagnare da mia madre.
Non è nulla. Però alla veterinaria non piace che lasci troppo pelo, ci consiglia di chiedere al negozio di animali un integratore. Uno qualsiasi, basta che non sia robaccia di sotto-sottomarca.
Mia madre dice che se la vede lei, tanto deve passare davanti al negozio.

Io intanto torno a casa, sempre un po’ agitato ma più tranquillo.
Passano 10 minuti e mia madre telefona, chiedendomi se la veterinaria avesse suggerito un prodotto specifico, perché la commessa non ha idea di cosa darci. Dico no, ha detto semplicemente un integratore per il pelo. Ok.
Tornata a casa, la genitrice si presenta con una spazzola da sedicieuroecinquanta, al suono di: “Ha detto quella del negozio, prima di passare agli integratori, provate a spazzolarla ogni giorno con questa, vedrete che non perderà più pelo in giro”.

Calma.
Ragioniamo.
Se io la spazzolo ogni giorno, togliendo il pelo cadente, mi sembra ovvio che non lo lascerà più in giro. Ma credo il problema non fosse che lo perdesse in giro, ma che lo perdesse in generale!
D’accordo che non ha l’alopecia (per fortuna), ma v’immaginate a un tizio che vi dice “Al mattino trovo un sacco di capelli sul cuscino” di rispondergli “Prova a usare il pettine prima di andare a letto, vedrai che non li trovi più sul cuscino”!

Tornando alla pallina sotto il collo, come dicevo non è nulla, la veterinaria ha solo consigliato di controllare se ci fossero improvvisi aumenti di dimensioni e/o consistenza.

Da venerdì avrò tastato la gatta un milione di volte, alla milionesima e uno credo che mi azzannerà, tediata.
Neanche io mi controllo con tutta questa accuratezza, anzi, non lo faccio affatto
Dlin Dlon» Pubblicità sociale: il controllo periodico tramite autopalpazione dei testicoli aiuta a diagnosticare in tempo possibili malformazioni o malattie ai danni dei genitali. Non fare il coglione! «Dlin Dlon»).

E comunque sta propoli non serve a ‘na mazza.

Quadretti

Un autobus di linea, periferia di una città-esagono. Vite, schegge, quadretti, si alternano in questa latta su ruote.
6–7 anni al massimo, due bambini appena conosciutisi si baloccano con una macchinina. Paiono compagni di giochi sin dalla nascita. Brum BrumCrshh! Grandi manovre in corso.
Divertimento.
D’un tratto, serio, uno dei due fa: “Devo scendere”.
“Perché devi scendere?”, ribatte l’altro. Il tono, lo sguardo, la frase, tanti pensieri sintetizzati con così poco: Cosa devi andare a fare lì fuori? Non ti diverti, qui? È proprio necessario che tu te ne vada? Rimaniamo per sempre con la nostra macchinina, dai, ci porterà lei in giro per l’universo.
Lui: “Sono arrivato”. Freddo, senza alzare lo sguardo. E corre dalla madre che aspetta vicino la porta.
“Come ti chiami?” gli grida dietro l’altro.
“Christian!”
“Ciao Christian!”. Le porte si son già chiuse. Troppo tardi? Avrà sentito?
L’autobus riparte.
Christian, mulinando le gambette, corre lungo il marciapiede inseguendo il mezzo in partenza, agitando la manina e gridando “Ciao! Ciao!”.
“Ciao! Ciao!” si sente da dentro.

Gli dei preservino sempre la spontaneità dei bambini.

Fratture emozionali

Un uomo saggio una volta scrisse

Le sciocche parole di un imbecille possono talvolta confondere un uomo intelligente
(Nikolaj Gogol – Le anime morte)

Di come la mente inganni il corpo che la contiene.

Prima arrivò come un flash, un lampo a tradimento nel buio profondo di una conversazione.
Quella Parola cominciò a occuparmi l’intero spazio visivo. Mi alzai. Meglio non continuare a leggere.

Il silenzio mi tradì l’udito. Mi ripeteva Quella Parola. Sussurri di sillabe all’orecchio, colpi contro il timpano nel tentativo di entrare nella sede centrale delle emozioni. Rimpiansi di aver chiuso la succursale d’emergenza del cuore. Eh, colpa della crisi. Di nervi.

Sensazione di perdita di equilibrio.
Stavolta erano le gambe a cedere. Crik, Crak. No, in realtà non fecero nessun rumore. Era qualche rotella che saltava.
Mi appoggiai alla libreria. Carta, carta, carta. Tante letture, ma in quel momento vedevo solo carta e null’altro. Speravo di rammentare una massima, un aforisma, un insegnamento da usare in quel momento, come un coltellino svizzero.
Silenzio.
I libri ti parlano in testa. Quando sei lucido.

Senso di nausea.

Credo di aver desiderato piangere, per sfogare il malessere.

L’ultimo attacco fu il più crudele.
Il suono – immaginario – di Quella Parola che avevo tentato di ignorare, approfittando della guardia distratta, era riuscito a superare le difese, invadendomi la mente. Lì s’incontrò con gli altri squadroni d’invasione, formando immagini che davano il tormento.
Tu, lui, tutti e due, scene reali che venivano proiettate in un cinema virtuale.

Crollo.

Ripresomi, mi sentivo metà di ciò che fu un uomo, scisso tra chi ricorda e chi non vuol ricordare. Una stanza, nella mente, dove lo shock batte alla porta giorno e notte e lo scioccato finge di ignorarlo.

Colonna sonora: Giorgio Canali

 

(ci si rilegge nel w/e)

La mia terra è una puttana

Attraverso un enorme atrio fatto di campagna semi-abbandonata e strada statale, l’anticamera della civiltà.
Il buio è pesto. No, pestato. Sembra di sentire lamenti di sofferenza.
È una terra malmenata, calci e pugni di latta e di lamiera, di olio e prodotti combustibili, di chimica e biologia che hanno amplessi selvaggi, orgasmando veleno.

C’è un fetore insopportabile. Puzza, puzza, puzza, come dice il nanetto del Wc Net. Li ho visti, i nanetti, una volta.
Non sono più riuscito a beccare quello spacciatore.
Sentori di zolfo e carne morta, forse qui c’è una dépendance di Lucifero.
La fantascienza racconta che Gojira emerse dalle acque radioattive del Pacifico.
Ecco, dal terreno di qui mi aspetto che prima o poi almeno uno scarrafone ninja possa venir fuori.

La strada dell’inceneritore. È illuminato come un centro commerciale, la ciminiera sbuffa biancheggiando il cielo. Si annoia.
Operatrici di sesso stradale. Due, tre. L’immancabile focherello nel bidone di latta, dove qualcuno brucia le loro vite come combustibile.

Rifiuti. No, non sono i “no” dei due di picche: quelli fanno male al cuore, questi rifiuti invece fan male anche a polmoni, fegato, tutto. Buste arlecchine decorano il bordo strada, cordoli di plastica per aspiranti Schumacher.

Buche e buio. Sbadabam. Ogni metro d’asfalto è un calcio nel culo della tua incolumità. E lì a volte ci pensi, per un secondo, uno soltanto, ma ci pensi. Potresti fare tu sbadabam contro un guard rail. O contro un’altra auto, perché l’auto del vicino ha sempre più velocità. Vola. Sinistra, sinistra, destra e poi subito sinistra: fossero le elezioni, di sicuro non sarebbe il PD. No, sequenza di curve e svincoli alla cazzo di balena. L’avete mai visto l’organo riproduttivo di una balena? Ecco, non fatelo, se già avete scarsa stima di voi stessi.

Torno a casa. La mia fedele compagna dorme. O fa finta.
Ha preso una strana abitudine: quando mi accovaccio vicino al pc, lei arriva e con le zampe anteriori mi sale sulla coscia destra e tende la testa verso di me. Vuole guardarmi dritto negli occhi. Da allora ogni tanto mi abbasso di proposito, come stasera.
Lo rifà. Non dormiva.
Le unghie ogni volta mi pizzicano la carne. È un dolore sopportabile, quasi piacevole. Ho la coscia costellata di puntini rossi. Se li unisco forse vien fuori qualcosa.

Toh: c’è scritto Ti voglio bene.

Colonna sonora: Jesus Lizard