Incomunicabilità

Oggi mi ha telefonato la Niña. Voleva raccontarmi quel che faceva, i posti che ha visto, un episodio che l’ha fatta pensare a me, solite cose.
E dire che ieri avevo pensato io di chiamarla. Volevo soprattutto sentire la sua voce.

Raccontami.
Raccontami sempre, di capelli e di salsedine, di una cicatrice sul gomito e di un gatto vagabondo, di vestiti e di bimbi felici.
Mi interessa.

Sì, perché per me la Niña non sarà mai una persona comune. La guarderò sempre in modo speciale. A volte mi chiedo se lei sia conscia di ciò. Forse lo sa e magari ne è spaventata. Forse sono io a essere spaventato all’idea che lei sappia.

Mi sembra, in questo modo, di vivere in uno stato d’impasse. Io vorrei che le fossero chiare le mie sensazioni, in maniera assolutamente tranquilla, senza implicazioni. Se mettesse in chiaro che il passato oramai è come un libro di vecchie foto e non possiamo cedere ai sensi né  stare insieme, per me andrebbe benissimo. Le mie emozioni sono a un livello granitico di maturità, mi manca solo renderle visibili, aperte liberamente alla consultazione.

Magari, invece, ci perderemo di nuovo di vista.
E poi ci incontreremo nuovamente.

Per allora, spero di dire le parole che non ho detto.

Senza titolo-1

L’arte della felicità

Stavo scrivendo uno dei miei soliti post stupidi, quando su fb mi hanno linkato questo trailer

Si tratta del lungometraggio animato di Alessandro Rak (disegnatore, animatore e ora anche regista) appena presentato alla 70ª Festival del Cinema di Venezia.

L’arte della Felicità è semplicemente il racconto di una storia.La storia di due fratelli che una volta suonavano insieme e che oggi si sono separati. Uno chiuso nel suo taxi, per le strade di Napoli, l’altro tra gli incensi di un tempio in un’ oriente immaginato, poco importa che sia su un monte sperduto in Tibet o tra le radici senza tempo dei templi di Angkor Wat (XL-Repubblica)

«Ho isolato un momento di “bruttura” della città, un suo scorcio in un momento di massima defaillance, legato alla percezione del protagonista. Volevo creare un piccolo quadro degli abissi in cui le persone possono precipitare solo attraverso la loro percezione. Perché poi basta un cielo che si sgombra a far posto a pensieri completamente diversi» (Adnkronos)

Nei cinema sarà presente da fine ottobre.

Nella mia cittadina

Nella mia cittadina c’è la stazione della ferrovia locale che è bella grande. Ha ben 3 sportelli per la biglietteria, ma ne è sempre stato aperto solo uno. All’interno, quattro omini che non si sa come impieghino il tempo. Ci sono i tabelloni, quelli di marca costosa. Non hanno mai funzionato e gli orari sono consultabili su un foglietto attaccato con lo scotch. Le scale mobili funzionano una volta all’anno, forse dev’essere una ricorrenza.

Nella mia cittadina c’è un parco pubblico. Anche questo, bello grande. Sette ettari di prato ridotto a campo di patate, alberi che non fanno ombra e arbusti di macchia mediterranea ridotti a sterpaglie. C’è un laghetto, che, dopo esser passato per tre ristrutturazioni perché appena inaugurato perdeva acqua, ora è diventato una palude. Però pare che i rospi vi si riproducano regolarmente. All’ingresso il visitatore viene accolto da strutture in acciaio e vetro che sembrano serre e, oltre ad essere esteticamente insignificanti, non si è capito a cosa servano. Hanno provato ad affittarne una a un ristopub, il quale pensò bene di non pagare le tasse. Alla fine l’hanno sfrattato, ma il ristopub ha lasciato in eredità calcinacci e rottami, forse come risarcimento delle imposte dovute. Al centro del parco c’è un’altra gabbia per uccelli di acciaio e vetro, grande quanto una casa a due piani, anche questa priva di alcuna funzionalità.

Nella mia cittadina c’è una piazza che è diventata il centro della movida serale, da quando vi hanno aperto un paio di locali. Questi ultimi hanno poi incentivato l’apertura di locali minori a contorno, utilizzati dagli avventori più che altro per rifornirsi di cicchetti. La piazza ha raccolto persone che frequentavano altre zone e che ora vanno tutte nello stesso posto perché vi si recano tutti gli altri. Non è chiaro chi sia stato l’iniziatore della transumanza. La fauna passa da minigonne inguinali in bilico sui trampoli a rampanti sparvieri quarantenni, attraverso hipster e modaioli vari, senza contare qualche cercatore di risse.

Nella mia cittadina c’è una farmacia, la più importante della città, a due passi dalla sede della Polizia Municipale. Ha un problema nel registratore di cassa: a volte gli scontrini vengono fuori con uno zero in meno, altre volte non vengono proprio fuori.

Nella mia cittadina, in periferia, c’è la sede nuova dei due più importanti licei, che poi si son fusi in uno solo a due indirizzi. In precedenza erano ospitati in un condominio, un salto di qualità. La sede nuova è larga di fuori e stretta di dentro, infatti parte dello studentame frequenta ancora in una sede provvisoria.

Nella mia cittadina non siamo in pochi, ma nemmeno tantissimi. Il che permette il perpetuarsi dell’usanza di chiedere a un volto nuovo “a chi appartieni?“, cioè informarsi sulla sua tribù di provenienza. L’adozione di pitture facciali o di tartan scozzesi faciliterebbe il riconoscimento.


Nella mia cittadina
è usanza, una volta l’anno, che l’amministrazione inverta sensi unici e divieti.

Nella mia cittadina ha aperto un ristorante di qualità, dove puoi mangiare male e pagare tanto.

Nella mia cittadina c’è una squadra di calcio, che ogni anno arriva lì lì per tentare il salto di categoria. Però a un certo punto, malasorte, perde sempre le partite decisive.

Nella mia cittadina c’è il fratello di un noto calciatore di serie A che fa il parcheggiatore abusivo.

Nella mia cittadina ci sono famiglie che vivono in 10 in un appartamento, tutti ufficialmente a carico della pensione del nonno. O del bisnonno, dato che in questo momento la nipote 14enne avrà partorito.

Nella mia cittadina mi sento a disagio. Cammino per strada avvolto da un senso di irrequietezza, inquietudine. Anni addietro pensavo di avere un qualche disturbo sociale, una fobia. Poi, camminando per le vie di altre città, ho scoperto invece di sentirmi bene per strada, tra le persone.

Sulla scia di questo post Il festival della canzone italiana dimenticata (o da dimenticare) vorrei aggiungere quest’altra perla (!!), molto in tema e che avevo dimenticato di inserire. Ogni ulteriore commento è superfluo.

Ritratti

La conobbi alla festa che aveva organizzato per dire addio al suo appartamento cittadino. Una festa in cui mi ritrovavo, non per volontà mia, imbucato. Lei indossava una maglia bianca e una gonna lunga nera. Sobria. Seno piccolo, ma amichevole e non pretenzioso (cit). Sottile. Di una magrezza all’apparenza fragile, ma in realtà dotata di carattere. Penseresti di romperla a toccarla, forse scalfirebbe te, invece. Ospite esemplare, si impegna di intrattenere tutti i presenti. Sconosciuti compresi: uno solo ce n’era.

La rivedo tre giorni dopo, ultima sua sera in città, ultimo saluto alla compagnia. Giocherellando col bicchiere, le parlo di vino e cucina asiatica, tra il divertimento degli astanti. Così brillante in scena, non mi ricordavano.
Nel prosieguo della serata, mi cerca.
Chi sono, da dove vengo, cosa faccio. Quante domande. Ho lasciato le risposte nel vestito buono. Improvviso. Coinvolgenti ghirigori di parole.
Nel parlare, mi si avvicina. Molto. Il suo respiro mi solletica il volto. I suoi occhi color castagna sembrano chiedere qualcosa. Forse è magnetismo che la trascina a me. Forse, ha problemi di udito e deve avvicinarsi per sentire.
Parliamo, parliamo, parliamo. Non le chiedo contatti, nulla. La lascio partire per la sua destinazione ignota. Arrivederci, guidate con prudenza. Chiamatemi Telepass, guardo le vite scorrere.

Succedeva due mesi fa.

Perché rivango tale insignificante episodio? Perché un libro di Hermann Hesse che ho letto in questi giorni, invogliato da questo post, mi ha offerto degli spunti di riflessione. Andiamo con ordine.

Perché non le chiesi un contatto? Perché tanto non l’avrei mai chiamata. Non che non fossi interessato, ma la realtà è che non voglio interessarmi.
Forse tento di punirmi, espiare.
Forse è ricerca della solitudine.
Forse è paura di rivelarsi incapace.
Quanti dubbi.
La verità è che pascolo in un campo d’ipocrisia: desideri carnali e ricerca d’amorevoli attenzioni attraversano le mie fibre nervose, ma io proseguo stoico, fingendo disinteresse.

Poi ho letto il libro. Due passi mi hanno illuminato:

Più è difficile avere una cosa, più la si ama

Il mio destino era di soffrire d’amore, e quando il possesso dell’amata cominciò a guarire e a mitigare questa sofferenza, fui preso dall’inquietudine

Nella mia vita ho desiderato e sofferto di più, pur non essendocene razionalmente le basi, per colei che non fu mai realmente mia. Anni fa. Fu un passaggio, una storiella, nulla più, eppure ha segnato quella che oggi è la mia anima rabberciata. Amore? Ah, che paroloni, silenzio in sala. Troppo complesso. Non saprei nemmeno definire tale concetto, né mi sforzo di farlo, non ambisco al premio Bacio Perugina 2013. Anzi, direi che non fu il sentimento più serio. I miei pensieri più concreti son stati per un’altra, con la quale avrei voluto viverci insieme, pensavo a un futuro per noi due.

Poi, ecco, venne quella parola che fino a qualche giorno fa non riuscivo a concepire. O non volevo concepire. L’inquietudine. Finii per disfare il tutto.

Ho realizzato.

Come un bambino in un negozio di costosi balocchi, amo ciò che non posso avere. Il resto mi dà noia.

Ecco.

Non sarebbe bello riprendere Berlino

postdamerplatz - 2

Gin-san rientra in Italia, portandosi dietro da Berlino…un bel raffreddore. Grazie al clima teutonico di agosto, con 10 gradi in meno rispetto l’Italia; giri con la felpa, poi si abbassa il vento e senti caldo, la togli, la rimetti, eccetera. Se non ti ammali tu lo farà il tuo compagno di viaggio, che poi infetterà te. Del resto si dice che si guarisce dal raffreddore passandolo a qualcuno.

Dato che non ho voglia di scrivere un bel post lineare e descrittivo come l’etichetta di una scatola di sugo pronto Star, annoterò un po’ di considerazioni sparse raccolte nella città dell’orso rampante.

Prendere l’aereo col naso tappato e sperimentare la sordità durante decollo/atterraggio è sempre un’esperienza surreale e angosciante.

Berlino odora di curry. E nei posti che non sanno di curry sei tu a portarvi quell’odore, perché ti si attacca alla pelle tipo Venom.

Il currywurst è il piatto tipico. E anche l’unico. Sembra che gli autoctoni non riescano a concepirlo diversamente: se provi a chiedere un wurstel alla piastra normale, senza ketchup né altro, ti guarderanno interdetti. Probabilmente è come chiedere da noi una pizza senza nulla sopra.

Il tasso di incidenza della figaggine nelle donne tedesche dai 20 ai 30 sembra essere superiore a quello nostrano. Ma per misurazioni più accurate servirebbero ulteriori studi.

Berlino è una città multietnica. Eppure, persone di colore sembrano essere rare. Poi vai al Gorlitzer Park e li trovi tutti lì, a vendere il fumo, in gruppi di 4-5 ogni due metri.

 La lingua tedesca riempie le parole di vocali inutili. Ad esempio, leggi “Schlesisches” e ti chiedi come si pronunci. Semplice, basta togliere le e: sh-li-s-sh.

I berlinesi sono cordiali e gentili. Ma occhio a non passare alle 5 di mattina sotto le sopraelevate della metro, perché potrebbero vomitarvi in testa. Non è voluto, è che è il posto ideale per il post sbronza sulla via del ritorno a casa.

Se siete donne, i soliti tedeschi reduci dal post sbronza tenteranno di attaccare bottone.

 La differenza con gli italiani è che questi ultimi tentano sempre di attaccare bottone, prima, durante, dopo la sbronza o in assenza di essa.

Se girate dalle parti di Kreuzberg, fermatevi al Café Kotti, a venti metri dalla metro di Kottbusser Tor. Ottima birra (ma dov’è che è cattiva?), ambiente carino (ci sono poltrone e divanetti), si fuma all’interno (sigarette, cannoni…) e si scrocca il wifi. A volte c’è musica dal vivo.

2013-08-20 21.16.54

 Anche se non si è studenti di scienze naturali val la pena andare al museo di storia naturale a vedere il brachiosauro più grande del Mondo (certificato dal Guinness) e l’Archaeopteryx, uno dei meglio conservati. Basta essere stati normali bambini che hanno giocato con i dinosauri!

I ciclisti sono una specie pericolosa. Sono tanti e sfrecciano. E non frenano. Del resto, sei tu che invadi la loro corsia, ergo, sei tu nel torto.

Pare sia in voga appendere le scarpe ai fili e a qualunque altra cosa sospesa in aria.

DSCN0064

Se trovi alloggio tramite Airbnb farai conoscenze singolari. Il padrone di casa fan del PiratenPartei che affitta la propria casa e che attualmente non ha una casa dove vivere ma sfrutta prima la casa della ragazza, poi il camper dei genitori, tornando in appartamento per usufruire di comodità moderne quali wifi e lavatrice. Oppure, il coinquilino del padrone di casa, un rumeno che parla 6 lingue che è socio di un polacco (che non incontra mai di persona) col quale ha una società di consulenza che lo porta a viaggiare per l’Europa.

I musicisti che suonano per strada a Warshauer Str. darebbero la paga a molti presunti artisti radiofonici.

La Neue Nationalgalerie dovrebbe essere visitata da tutti, anche da chi non capisce nulla di arte del XX secolo.

I gatti del cimitero di Dorotheenstädtischer Friedhof (ho dovuto copiarlo da wikipedia per scriverlo) si mettono in posa per le foto. Ma attenzione: concedono un solo tentativo, poi, tediati, se ne andranno via.

gattoberlino - 2

Vedi due ragazzi che si tengono per mano e l’Italia ti sembra il Medioevo.

La Porta di Ishtar è così bella e ben conservata da sembrare finta. Considerazione del turista medio quando la vede. Essendo io turista medio, anzi, da dito medio, l’ho pensato anche io.

Che rumore fa la tua città?

È giunto il momento anche per Gin-san di partire. Destinazione: Berlino.
Spero, oltre che di divertirmi, di tornare con qualche foto interessante da postare ed esperienze curiose da raccontare.

A proposito di viaggi e cose stravaganti, volevo cogliere l’occasione per parlare di un paio di progetti artistici che tempo addietro hanno catturato la mia attenzione. Il primo di questi è Soundcities, nato da un’idea del net artist inglese Stanza, che nel lontano 2003 ha iniziato a registrare e condividere sul sito suoni e/o rumori “rubati” in giro per le città che visitava. Il progetto è open, tutti vi possono contribuire, tanto che si è arricchito ormai di molte località mondiali (mi son fatto due risate ascoltando Napoli 😀 ).

Un altro progetto che unisce condivisione e originalità applicate al tessuto urbano, è il Dead Drops. Nasce da un’idea dell’artista Aram Bartholl (berlinese, tra l’altro, siamo in tema) e consiste nella condivisione offline di file tramite chiavette usb cementate negli interstizi di muri cittadini. Qui c’è la mappa mondiale con l’ubicazione delle chiavette. Cliccando sull’immagine e poi sul link, si aprirà una pagina con foto e indicazioni per localizzare la chiave. Anche questo è un progetto open, tanto che anche in Italia le segnalazioni di installazioni sono ormai numerose. Altre stravaganti iniziative dell’artista sono pubblicate sul suo sito ufficiale.

E voi? che rumore fa la vostra città?

Solidarietà

La Niña: Me ne stanno capitando di tutti i colori. Prima l’incidente, poi la rapina!
Io: Ti passo a trovare, ti faccio un po’ di compagnia?
La Niña: Ok! Così ti metto a cucinare per me!
Io: …

Epilogo
Gin-chan che gioca alla Playstation col coinquilino della Niña, che traffica in cucina.

È la stampa, bellezza #2

Seconda parte della mia storia. Tutto è cominciato perché, l’altro giorno, scavando nei cassetti ho trovato le vecchie copie del giornalino di classe e mi sono un po’ commosso, quindi ho deciso di raccontare del mio sogno di diventare giornalista.
Avevo interrotto la prima parte ai tempi del liceo. Riprenderò  da lì, parlando dei miei tentativi di farmi largo in una vera redazione; non menzionerò i nomi delle testate (non che io debba dire chissà che di sconveniente…almeno non per tutte).
Prima, un paio di premesse importanti:

* Come si fa a ottenere il tesserino da pubblicista (dal sito dell’Ordine dei Giornalisti):
Documentare l’avvenuta retribuzione per il lavoro giornalistico svolto, costituisce requisito indispensabile per richiedere l’iscrizione nell’elenco dei giornalisti pubblicisti. Tale retribuzione deve, inoltre, essere adeguata all’attività giornalistica e accompagnata alla documentazione che attesta il carattere di continuità dell’attività negli ultimi due anni.

** La legge sull’equo compenso è entrata in vigore quest’anno e da poco tempo si è anche insediata la commissione che dovrebbe definire tale equo compenso e, anche, redigere un elenco delle testate che garantiscono il rispetto di un equo compenso, dandone adeguata pubblicità sui mezzi di comunicazione e sul sito internet del Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio dei ministri. Il testo completo della legge è consultabile qui.

Il primo vero giornale – L’ultimo anno di liceo, un mio amico e compagno di classe mi propose di scrivere per il giornale col quale collaborava: una testata a diffusione localissima a pubblicazione qundicin…mensi…aquandocapitavale. Visitammo, io e altri aspiranti reporter, la redazione: due stanzette e tre pc. Il direttore non ci fece false promesse parlando di retribuzioni o altro, chiese solo passione e voglia di mettersi alla prova. Occupandomi sempre di cronaca bianca, scrissi per quella testata per un anno e mezzo. Gli impegni universitari, frutto di una scellerata scelta che m’aveva portato a iscrivermi a ingegneria (niente domande, pliz), mi assorbirono poi corpo e mente, costringendomi a interrompere la collaborazione.

Provaci ancora, Gin-chan – Seguirono 5 anni in cui dimenticai completamente il mondo della carta stampata; cosa era successo? Non saprei dirlo con certezza, probabilmente uno dei tanti sogni adolescenziali che poi si spengono per consunzione naturale nel corso del tempo. O così credevo.
Nel frattempo avevo cambiato facoltà e mi ero anche laureato, nel 2009. Fu allora che un giorno ripresi in mano i vecchi articoli che tenevo gelosamente conservati, con la voglia di scrivere che si riaccese. Cercai su internet un giornale che avesse bisogno di collaboratori, trovai una testata online locale che aveva bisogno di articolisti nella mia zona e mi misi in contatto via mail. Risposero dopo un giorno, invitandomi in redazione: solite due stanze con 3 pc in croce. Il direttore mi spronò a cominciare subito a scrivere, ovviamente precisando che non erano previste retribuzioni, facendo però leva su quella parolina: il tesserino*, se avessi voluto. Non ponendomi il problema di come avrei fatto a ottenerlo, io cominciai a scrivere, inviando articoli con una certa regolarità. Mi occupavo di vari temi: cronaca, politica, sport…tutto ciò che poteva essere fonte di notizia. Scrissi per loro per un anno e mezzo, finché, di punto in bianco, notai che da quando fu cambiato il direttore i miei articoli non venivano più pubblicati, anche se il sito era aggiornato quotidianamente. Nessuna comunicazione, nulla. Al che, smisi di inviare articoli. Forse avrei potuto chiedere spiegazioni, ma tanto i nostri rapporti erano solo online, non avevo alcun vincolo con loro, non mi avevano prospettato nulla di più la pubblicazione degli articoli…chi se ne frega, mi dissi.

La breve parentesi calcistica – Nel settembre dello stesso 2009, quando scrivevo da pochi mesi per la testata web, il vecchio amico (quello che mi introdusse nel primo giornale), mi fece un’altra proposta. A quel tempo lui collaborava, precario, con un quotidiano locale. Disse che cercavano collaboratori nella redazione sportiva. Accettai. Finalmente potevo vedere una vera redazione. Quando mi trovai in attesa di essere ricevuto, fuori dalla porta, mi batteva il cuore come se dovessi incontrare una ragazza con la quale mi avevano organizzato un appuntamento. Il direttore, stavolta, oltre a vagheggiare la prospettiva dell’agognato tesserino, ci parlò (a me e ad altri 2-3 volontari) anche di rimborsi spese, addirittura. “In futuro“, parole sue. Il lavoro consisteva nello stare in redazione la domenica, a costruire la pagina del calcio locale, a partire dalla Promozione in giù. Poco più di Scapoli vs Ammogliati. Oltre a scrivere gli articoli (molto spesso inventando le cose di sana pianta, considerato che il lavoro si svolgeva senza guardare le partite, solo basandosi su commenti raccolti in rete o al telefono), curavo anche l’impaginazione. Era divertente, tutto sommato.
Sono durato due domeniche. Non per volontà mia. Considerando che non ero padrone dell’auto e che la sede del giornale era in un’altra provincia, i miei, considerati gli orari, mi imposero di non andare avanti.
Va detto che di quella redazione non me ne parlarono bene: alcune persone ben informate mi dissero che lì facevano entrare i ragazzi a ciclo continuo e dopo un paio di mesi li mandavano via prima che iniziassero a pretendere, pronti per un’altra infornata. Un collega dell’università, che scriveva per il giornale gemello (stesso editore), mi disse di non farmi fregare, che quelli non erano brave persone.
Fatto sta che io avrei almeno voluto verificarlo da solo, invece non ne ebbi possibilità.

Ultimi tentativi – Prima di lasciar perdere, considerai anche l’ipotesi di una scuola di giornalismo, che permette di sostituire i 2 anni di praticantato obbligatorio con un biennio di studio, compreso uno stage in redazione. Ma spendere 7000 € all’anno (per la scuola più economica) non è una cosa che mi posso permettere né che mi sento di chiedere alla famiglia, che mi ha già mantenuto abbastanza. Vero è che ci sono le borse di studio, ma quasi sempre a copertura parziale e, inoltre, vanno aggiunti i costi per vivere fuori sede.
Siamo quasi ai giorni nostri: l’anno scorso, mentre leggevo delle notizie su internet, vidi che una web testata locale cercava collaboratori. Li contattai, il direttore mi chiamò, invitandomi a prendere un caffè al bar. La visita alla redazione non era contemplata, probabilmente stavolta non c’erano manco le due stanzette coi pc.
Mi spiegò, ovviamente, che non era prevista retribuzione, ma – rullo di tamburi – avrei potuto guadagnare qualcosa se avessi portato sponsor al giornale! Scrivere o fare il commerciale, qualcosa mi sfuggiva. Poi mi offrì la possibilità del tesserino e io, che ormai sapevo ovviamente come funzionava con tutti (o quasi) i giornali locali ma che volevo sentirlo dire chiaramente, domandai in che modo ottenerlo. Semplice: a fine anno lui si sarebbe occupato di produrre la documentazione (farlocca), io avrei versato i contributi. Certo, come no.
Avrei dovuto denunciarlo, ma non avevo prove né volevo mettermi nei guai. Contattai, comunque, l’Odg della Campania per chiedere se vigilassero sulle testate e se avessero una sorta di “lista dei buoni” cui una persona si sarebbe potuta rivolgere, per svolgere un’attività quantomeno non illegale**. Mi dissero di contattare il sindacato dei giornalisti (l’FNSI) per queste cose. Li chiamai, mi dissero di rivolgermi all’Odg. No comment.
L’ultimo tentativo lo feci contattando Luca Telese, che incontrai alla presentazione di un suo libro. Visto che stava aprendo un nuovo giornale, gli chiesi se avesse spazio per un giovane volenteroso. Mi scrisse via mail dicendo: quando apriremo la sede passa a trovarci. Non passai mai a bussare al citofono, però inviai in redazione una lettera, col mio cv e un paio di articoli. Non ebbi risposta, considerando anche che il giornale chiuse dopo poco.
Lasciai perdere del tutto dopo questa cosa e mi concentrai sul lavoro in banca che avevo appena iniziato.

Conclusioni – Non sarò mai giornalista, l’ho capito. Non me la prendo con nessuno, per il semplice motivo che credo di non avere la necessaria bravura per svolgere tale mestiere. Non mi riferisco solo al saper scrivere (cosa di cui neanche sono certo di sapere fare), ma anche all’essere in grado di ottenere ciò che si vuole, farsi conoscere dalle persone giuste, rompere i maroni a chi si deve. Forse un altro al posto mio si sarebbe incollato a quel citofono fino a che non gli avrebbero aperto la porta. Un esempio ce l’ho sotto gli occhi: quel famoso amico che mi ha fatto conoscere due giornali, adesso è un giornalista. Senza spinte, senza essere figlio/nipote/amante di. Si è fatto un culo così per anni, ancora oggi si fa in quattro tornando alle 10 di sera per neanche chissà quale guadagno, però ce l’ha fatta. La domanda è: ne vale la pena di fare una cosa così massacrante? Se è per passione, per me vale sempre la pena.

Dieci anni fa lessi su un diario una frase illuminante: il destino è la strada che separa la rassegnazione dall’ostinazione.

È la stampa, bellezza

Da bambino volevo guarire i ciliegi…e fare altre cento cose diverse, una volta divenuto adulto. Mi infatuavo di mestieri diversi tra loro (avvocato, criminologo, imprenditore, medico…), trovavo del fascino in ognuno di essi. Come rimanere ammaliato da varie donne, colpito da un differente particolare (gli occhi, il portamento, il carattere, l’eleganza e così via) per ognuna.

Il colpo di fulmine – Ci fu un’idea, però, che da un certo punto in poi nel mio cuore prese il posto di tutte le altre: diventare un giornalista. Accadde in terza media, con la realizzazione di un giornalino di classe. “Teenager’s mirror” si chiamava. La scelta del nome per quella creatura non fu semplice, dopo lungo dibattito l’aula optò per l’english style (faceva più figo), chiedendo soccorso all’insegnante di inglese. Poi, vennero scelti i redattori: io mi sarei occupato di cronaca bianca, raccontando fatti inerenti amministrazione e sociale della nostra città. Successivamente, per un breve periodo, mi occupai anche di scienza, pagina fortemente voluta da me, che la imposi all’insegnante al grido di o questo o non scrivo niente. Ero già una primadonna.
Fu amore, comunque. Intenso e travolgente. Raccontare scrivendo, intervistare un politico (seppur locale), andare in giro a raccogliere notizie, vedere pubblicato il proprio articolo…sì, sarebbe stata quella la mia strada.

Dopo due mesi di faticosa gestazione, il nuovo anno salutò il parto del primo numero del giornale. Solo la nascita del Royal Baby ha generato più trepidazione di questo avvenimento.

0012

Era una beta version, come si evince dalla grafica un po’ scarna e dalla sillabazione fantasiosa del Word ’97; per tacere, poi, della cornice mortuaria della testata. Notevole il profilo del soldato greco (clipart per riempire un buco), forse un omaggio a Omero, cui era intitolata la scuola. Nel complesso, questo primo numero aveva un certo valore artistico-kitsch, roba da far accorrere Andrea Diprè. La cosa per me significativa era che l‘articolo di apertura, il pezzo d’esordio del giornale, era il mio! Quale orgoglio.
La grafica poi migliorò e il terzo numero (l’ultimo, prima dell’esame di III media) fu anche totalmente autogestito da noi alunni: ricordo ancora la riunione di redazione a casa di M., la ragazzina che mi piaceva (quella del bacetto della mia top ten)
*, nominata direttore del giornale dall’insegnante. Cercare di conquistare il capo per far carriera, avevo già capito tutto della vita.

Le superiori – Coltivai il mio hobby da pennivendolo anche alle superiori, quando in V ginnasio mettemmo su un giornale di classe. Io e un altro reduce dell’avventura delle medie imponemmo agli altri il nome: sarebbe stato Teenager’s Mirror. Era ormai un marchio. Non è registrato, quindi, chi volesse perpetuare la generazione è libero di farlo.
Io proseguii nell’occuparmi della cronaca cittadina (istituzioni, lavori pubblici), ormai ero navigato in questo settore. Di quel giornale riuscimmo a pubblicarne ben 4 numeri, l’ultimo sul fotofinish prima dell’inizio delle vacanze dell’estate 2000.

Fine prima parte
La seconda sarà ancora più lunga e noiosa.


* Come finì con la ragazzina? Non le confessai mai i miei sentimenti, ho sempre avuto la sindrome da “scrutatore non votante”. Sono sicuro che lei invece si aspettasse un passo verso di lei da parte mia. Finite le medie non l’ho più vista. Anni dopo, le chiesi l’amicizia su fb. Mai accettata. Adesso ogni tanto la incontro in giro, frequentiamo gli stessi posti, ci salutiamo. Spero stia soffrendo per non avermi avuto, sono diventato un figo pazzesco negli anni (see, certo certo)!