C’era una volta il ciclismo. O forse non c’è mai stato

È notizia di questi giorni che anche Mario Cipollini sarebbe coinvolto nell’Operaciòn Puerto (almeno per il 2002/2003, stando alle tabelle pubblicate dalla Gazzetta). Sarebbe l’ennesimo mito che crolla, facendo finire nel fango le scene di belle imprese e vittorie rimaste nei ricordi degli appassionati. Il ciclismo rischia di diventare uno sport finto (se non lo è già): sarà sempre appassionante vedere i grandi Giri e le Classiche del Nord, con le fughe da lontano con la lotta per sfuggire alla rimonta del gruppo, le volate a 60-70 km/h e, ovviamente, le grandi salite. Ma resterà uno spettacolo fine a sé stesso, su cui peserà l’ombra del sospetto, del pensiero che tutto ciò che si è visto non è solo frutto delle gambe ma anche di qualche laboratorio.

Ecco, il ciclismo sarà come il wrestling: una manifestazione sportiva in cui si fa finta che non sia tutto farlocco, che si guarda per svago, perché fa spetttacolo.

Qualcuno sostiene che se sono tutti dopati, alla fine vince comunque chi in partenza era il più forte. Ecco, non credo sia proprio così: innanzitutto, ci sarebbe bisogno di appurare che abbiano tutti fatto uso delle stesse sostanze, con le stesse metodologie e tecnologie per l’assunzione, con la stessa tempistica. Premessa molto difficile. In secondo luogo, pur ammettendo una parità di doping in partenza, non è detto che vinca il più forte: è più probabile che vinca quello il cui organismo reagisce meglio alle sostanze assunte.

Fabio Casartelli (16 agosto 1970 – 18 luglio 1995)

Io seguo il ciclismo fin da piccolo, i miei primi ricordi partono dalle vittorie di Bugno (trovato poi positivo alla caffeina nel ’94), dalle imprese di Miguel Indurain, passando per tragedie come quella di Fabio Casartelli del ’95: ricordo come ieri l’incidente sulla discesa del Colle di Portet-d’Aspet, la telecronaca in lacrime di Adriano de Zan dopo l’annuncio della morte del giovane atleta. Poi via via tutto il resto sino ai giorni nostri, l’era Pantani (finita come sappiamo), i vari Ullrich (finito anche lui coinvolto nell’Operaciòn Puerto), Cipollini, Armstrong, Basso (anch’egli un reo confesso), Wouter Weylandt. Quest’ultimo non c’entra col doping, no: il 9 maggio del 2011 una caduta nella discesa del Passo del Bocco se l’è portato via.

Il ciclista belga Wouter Weilandt, classe ’84, scomparso nel 2011

Ecco, con la storia mi fermo su una tragedia simbolo comunque di qualcosa di eroico, come un guerriero caduto in battaglia, perché il ciclismo è fatto di eroismo. Nonostante tutti gli scandali scoppiati negli anni, ho sempre ritenuto che questo sport ne uscisse pulito, perché tanto i furbi vengono sempre scoperti, mentre tutto il resto rimane: i gregari che “tirano” per chilometri e chilometri, il sudore, le mascelle contratte dalla fatica immane in salita, le cadute rovinose sull’asfalto con le ferite suturate in sella per non perdere contatto col gruppo. Ecco, rimaneva sempre quella patina di eroismo, con un sistema di controlli funzionante.

Ma il sistema funziona? Qualche dubbio cominciò a venirmi con lo strapotere di Armstrong dal ’99 al 2005, che mi è sembrato quasi da subito sospetto; prima che un cancro lo tenesse lontano dalle corse era stato un buon corridore, vincitore di un Mondiale e di classiche, adatto a corse di un giorno (ha poi confessato che anche allora si dopava). Poi la malattia e il ritorno, da corridore vincitore di Tour. Allenamenti mirati, una super-squadra costruita appositamente per lui, nuove tecnologie applicate alle biciclette, tutto quel che vogliamo…ma era veramente troppo mostruoso per chi lo vedeva in gara. Solo che per l’opinione pubblica era bello pensare alla favola del campione risorto dopo la malattia, avanzare sospetti e ipotizzare che con la scusa delle cure chissà cosa avesse assunto sembrava irrispettoso, considerando ciò che aveva passato: un po’ come oggigiorno sembra irrispettoso accusare i metodi usati da Israele con la Palestina, considerando ciò che hanno subito gli ebrei.

La verità ora è venuta a galla, ma dopo anni, nel frattempo c’è stato un decennio falsato, non solo da Armstrong ma anche da chi gli stava dietro, perché il sospetto ormai non è più che ci sia chi fa uso di doping e chi no, ma al massimo chi si dopa da serie A e chi da serie B. Con la complicità dei vertici del ciclismo, perché Armstrong sarà stato coperto da qualcuno (almeno del ’99, secondo Le Monde) e non solo lui, probabilmente.

Resta come unica consolazione che questi casi comunque emergano, mentre in altri sport no: perché il marcio esiste ed è diffuso non solo sulla strada e sulle due ruote (chi ha detto tennis? Calcio?), ma è molto ben protetto e nascosto.

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