Errori di valutazione

Dopo 3 mesi di onorato lavoro, mi trovo di nuovo a spasso e, quindi, nella condizione di rimettermi alla ricerca. Le prospettive di tornare nell’azienda da cui sono uscito sono abbastanza nebulose: la capa mi ha salutato ringraziandomi dell’impegno e augurandosi di potermi rivedere lì, dato che lei non può avere queste certezze. Il capo della capa mi ha salutato ringraziandomi dell’impegno e sperando di potermi rivedere. Domanda: ma se non lo sapete voi, chi minchia lo sa?

Premesso questo, è ovvio che non si può rimanere in attesa di una chiamata e, quindi, meglio rimettersi in ricerca. Ecco, l’errore: dal primo giorno in cui misi piede in azienda non dovevo smettere di cercarlo, onde preparare il terreno per questo periodo. Io invece, come un novellino, ebbro dell’euforia di riempire le mie giornate in modo proficuo, mi sono fermato. Ora, riprendendo adesso a cercare lavoro, ho la prospettiva di passar di sicuro i prossimi tot mesi a casa (oddio, questa prospettiva c’è sempre e comunque, però, almeno, impiegando questi 3 mesi nella ricerca avrei accorciato forse questo periodo).

In tutto ciò, sto invece impiegando questi giorni bighellonando su internet per programmarmi un viaggio a Tokyo. Me l’ero promesso, appena avrei avuto uno stipendio decente ne avrei investito parte per questa trasvolata: aggiungiamo che nello stesso giorno dell’accredito dell’ultima mensilità mi è anche arrivata la seconda parte della borsa di studio dell’Università (che avrei dovuto avere nel 2009…), beh, se non è un segno del destino questo…

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Non partorire anche tu un amico

Tra le peggiori frasi che le donne possono dire agli uomini, c’è la tanto nota e gettonata “sei un amico”, declinata nelle sue varie forme e varianti, da “sei solo un amico” (mortificante anche per l’amicizia, con quel “solo” che pare ridurla a una cosa di basso valore), a “ti vedo come un amico” e così via.

La traduzione è sempre la medesima: non ti vedo come un potenziale partner, declinabile anche questa in varie forme, da quella più scientifica “non crei in me la necessaria tensione sessuale” alla meno elegante “per te le mie gambe resteran chiuse”, che descrivono la medesima cosa.

La domanda è: perché l’amico? Ogni giorno, nel mondo, viene sfornato da una donna qualche nuovo “amico”, ma con quale necessità?

Tralasciamo l’eterno discorso sull’esistenza o meno dell’amicizia tra uomo e donna, il punto è un altro: che reale bisogno c’è di creare un amico? Esiste il conoscente, esiste il partner, punto, in mezzo le due categorie perché infilarci l’amico (dandogli, tra l’altro, meno valore del partner, mentre dovrebbe essere il contrario, l’amicizia richiede una profondità tale da dover essere al di sopra di tutto)?

L’equivoco di fondo che esiste nel mondo femminile è che possa trattarsi di una formula di cortesia per non ferire i sentimenti altrui: ma considerando che è palese a tutti che sia un trattamento degradante (si viene privati della propria identità maschile e trasformati in un essere asessuato), oltre che una presa per i fondelli (son pochi i casi in cui realmente la fanciulla sia interessata ad un’amicizia), sarebbe opportuno dire alle donne di smettere di partorire amici, optando per una sana e più cruda verità.

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Magari non proprio come questa qui sopra

Risposte educate

La risposta data per educazione è ben diversa dalla risposta educata; l’atto in sé di rispondere soltanto per obbligo formale, è solo un gesto meccanico, mentre l’educazione implicherebbe un passo ulteriore da compiere: dare dei contenuti. Ecco perché il non rispondere e rispondere con (mal)celata indifferenza sono sostanzialmente la medesima cosa: un atto non educato.

C’è gente che ha paura di dire un “no”, di presentare un rifiuto, ma il rifiuto in sé non è atto scortese, dipende come vien posto. Esiste anche il “no” educato, dunque.