Censimento 2011

Sì, ok, è da un mese che dovevo parlare del censimento, nel frattempo che mi decido sarà già finito. Magari, perché il bello (o il brutto) deve ancora venire. Partiamo dagli inizi: per avere qualcosa da fare nel periodo post laurea (nel luuungo periodo post laurea, sarebbe il caso di dire), ho deciso di cimentarmi come Rilevatore per il Censimento 2011. Sono entrato in graduatoria e, dal 10 ottobre, presto servizio al Comune ritirando i questionari e assistendo nella compilazione. Già qui dovrei fermarmi per una precisazione: io e gli altri rilevatori, siamo senza contratto e, oggi 31 ottobre, ancora non si sa quando l’avremo. Teoricamente, io in questo momento sarei un tizio che passa per caso al Comune e si mette a prendere i questionari, dato che non ho contratto, tesserino (e dire che ho consegnato le fototessere un mese fa) e quant’altro.

Il 2° punto è che ancora non si è capito quanto dovrebbero pagarci: teoricamente, ogni rilevatore dovrebbe essere pagato in base ai questionari consegnati, tot euro per i cartacei, tot euro per quelli compilati online ma solo a seconda delle percentuali di restituzione ottenute:

Questo contributo sarà erogato ai Comuni in ragione di:

  • 6,00 euro per questionario di famiglia restituito al Centro Comunale di Raccolta o recuperato tramite rilevatore comunale;
  • 5,00 euro per questionario di famiglia consegnato ai punti di restituzione sul territorio;
  • 3,00 euro a questionario di famiglia restituito via web, ove il tasso di utilizzo del canale nel singolo Comune risultasse inferiore o uguale al 10%.

Nel caso il tasso di restituzione via web nel singolo Comune fosse superiore al 10% dei questionari validati dall’Istat, lo specifico contributo sarà corrisposto in misura pari a:

  • 4,00 euro per ciascun questionario restituito via web, se il tasso di restituzione via web risulterà compreso tra il 10,01% e il 15%,
  • 4,50 euro per ciascun questionario restituito via web, se il tasso di restituzione via web risulterà compreso tra il 15,01% e il 20%,
  • 5,00 euro per ciascun questionario restituito via web, se il tasso di restituzione via web risulterà compreso tra il 20,01% e il 25%;
  • 5,50 euro per ciascun questionario restituito via web, se il tasso di restituzione via web risulterà superiore al 25%.

Nella pratica, il Comune, una volta ricevuto il contributo dall’Istat, lo spartirà in parti uguali per tutti i rilevatori. Ma a quanto ammonterà questo contributo? Boh. No, non è mio il “boh”, è la risposta che otteniamo dai nostri responsabili.

Il dato positivo è che mi tengo impegnato, faccio qualcosa e alla fine mi diverto anche; per il momento, comunque, non è ancora iniziata la fase più complessa, cioè girare casa per casa consegnando i questionari rimandati indietro dalle Poste e (dopo il 20 novembre) sollecitare la restituzione. Sono curioso di vedere come andrà a finire quest’ultima cosa, quante porte sbattute in faccia troverò.

Le persone, comunque, non sono tutte collaborative: posso capire gli anziani, posso capire che i questionari non siano stati concepiti in modo perfetto, ma esistono molte persone che non si prendono manco la briga di leggere cosa c’è scritto. Se, di fianco il quadratino della risposta, c’è una freccia rossa e la scritta andare a domanda 6.13 , perché continuare a riempire tutte le altre caselle, quando non è richiesto? Il 90% delle persone riempie le caselle che non dovrebbe e non le salta, anche se espressamente indicato. La cosa più bella è quando le persone si innervosiscono perché vogliamo guardare il questionario davanti a loro: io sono venuto solo per consegnare, perché devo aspettare?! Urlano. Poi apriamo il questionario e troviamo firma mancante, dati mancanti e così via. Non comprendono che è meglio aspettare 5 mn in più lì che dover essere ricontattati o doverli andare a ripescare a casa.

Per fortuna, questi casi di persone irrequiete sono rari. I migliori, comunque, sono gli anziani che vengono a farsi compilare il questionario, sono pazienti e disponibili e ringraziano con calore per l’aiuto.

Nonciclopedia e l’umorismo fascistoide

Su Nonciclopedia campeggia oggi una battuta su Simoncelli che evito di riportare per non fare ancor più pubblicità (tanto oramai è nota a tutti e divulgata nella rete).

Mettendo un attimo da parte questa battuta (sulla quale tornerò dopo), volevo scrivere una considerazione su Nonciclopedia che avevo in serbo da tanto tempo; su questo portale ci sono alcune pagine ben fatte ed anche divertenti, ma molte, bisogna constatare, fanno ridere poco e niente. Sono equiparabili alle scritte sul muro nei bagni della scuola, del tipo “Gino puzza” o “Gina è una zoccola”. Possono anche far ridere, ma non sono molto intelligenti; chi non partecipa a questo bullismo virtuale, è accusato di essere un rosicone, un bimbominchia, una persona senza senso dell’umorismo. Sinceramente, sembrano più da bimbominchia alcune battute.

Gli autori si giustificano dicendo di far satira, dimenticando che la satira è diretta contro il potere e contro i potenti; prendersela con le vittime, con i deboli, è umorismo fascistoide, è un atto prevaricatore e violento, è bullismo, chiamatelo come volete. E non possono giustificarsi parlando di humor nero, anche perché vorrei capire quanti degli autori di Nonciclopedia siano degli esperti della risata che possano permettersi di fregiarsi del titolo di umorista e trincerarsi dietro di esso.

Scriveva a tal proposito Luttazzi:

L’umorismo è sospensione del sentimento e può arrivare fino al grottesco più cinico; ma se sei cinico a spese di una vittima e ne prendi in giro la sofferenza, fai umorismo fascistoide, cioè eserciti una violenza.

Tutto ciò non vuol dire che non si possa fare umorismo su avvenimenti tragici: ma la differenza la fa il bersaglio della risata. La battuta su Simoncelli è diretta verso la vittima del fatto tragico, non è umorismo, è solo un atto fascistoide. Allora non si possono rompere dei tabù? Sì, si possono rompere, ma, per l’appunto, dipende dal bersaglio. La vignetta di Vauro sul terremoto in Abruzzo (che riporto più sotto) fece scandalizzare tanti benpensanti, ma non prendeva in giro né rideva delle vittime. Quella era una satira contro il Governo, è questa la differenza.

Chissà se tutti gli autori di Nonciclopedia abbiano ben chiaro la differenza su cosa sia umorismo e come vada fatto.

Quando esplose il caso di Vasco Rossi contro il portale, che portò all’auto-oscuramento di Nonciclopedia, io me la presi con il cantante, in quanto non ne condivido i modi (oltre a non avere simpatia per la sua persona); ma dirò, sinceramente, che se domani Nonciclopedia dovesse chiudere, non me ne dispiacerà affatto, non ne sentirò la mancanza, l’umorismo non ne perderà, anzi, forse ne guadagnerà. Per quanto mi riguarda, i suoi autori possono tornare a scrivere sui muri dei bagni delle scuole.

La mela marcia

Sì, avevo promesso di parlare del censimento, poi me ne son scordato; rimandiamo a quando dovrebbe cominciare effettivamente questa storia (cioè il 9 ottobre).

La notizia di oggi è che Berlusconi chiamerebbe il suo nuovo partito “Forza gnocca“.

No non è questa la notizia (anche perché non rappresenta nessuna novità): il fatto è la scomparsa di Steve Jobs. Non voglio mettermi a fare una biografia online, un necrologio, un post alla memoria…no. A questo ci sta pensando un miliardo di persone minimo sul pianeta. Diamo per scontato che Job sia stato un grande innovatore, un genio, ecc., perché è una cosa che tutti riconoscono e pone Jobs al livello di qualsiasi altro grande inventore del passato (lasciamo stare che magari non sia tutto lavoro suo o che ci siano stati altri prima, ma è comunque chi perfeziona e rende fruibile qualcosa il “padre” – seppur adottivo – dell’invenzione. E questo va tributato a Jobs).

Questo è stato. Ciò che è adesso (ed era pure prima, ma ora aumenterà a livello esponenziale), è il culto ideologico verso la Apple e Jobs. Un culto che mi spaventa perché rappresenta l’apoteosi del capitalismo sfrenato (di cui Jobs era un sapiente interprete) che sottrae capacità di giudizio alle persone (del resto, diceva Jobs: non è il lavoro dei consumatori sapere quello di cui hanno bisogno), che ben si esplicita in ciò che oggi è la mela con i suoi prodotti. Non nego la loro qualità, anzi, ma la Apple vende perché è cool. È questo il dato, quante persone che hanno in mano l’Iphone ne sfruttano il potenziale? E quanti ce l’hanno in mano come scimmie giusto per godersi le cazzate? Allora il culto in questo caso diventa qualcosa di sbagliato, come portare il maglione griffato giusto per far vedere che ce l’hai. E io disprezzo costoro: invidia perché non posso permettermi le loro cose? Io in verità cerco di non privarmi di nulla, nei limiti del sensato. Ascolto la musica eppure non ho speso una barca di soldi per un I-pod. Ooooooh, ma come fai???? Mi scriverà il bimbominkia. Ecco un esempio di ciò che ho letto in giro

l’ipod è una cosa unica e straordinaria…per veri intenditori…nn importa se il prezzo minimo superi di gran lunga i 100€ l’ipod è la musica…la musica è l’ipod…l’ipod ti cambia il modo di vedere le cose

Quindi senza l’I-pod non esiste la musica, ok. Addirittura ti cambia il modo di vedere le cose, cazzo, cos’è, un libro di Erich Fromm? Tanto poi che fa che costi tanto…questi sarebbero gli appartenenti alla generazione de “noi la crisi non la paghiamo”. Però poi pagate per comprare le cose di tendenza, quelle sì, perché sono cool. Perché dico ciò? Perché simili commenti li leggo sulla pagina FB di XL, un giornale che pare tanto indie-alternative-indignados-lacrisinonlapaghiamo-ministrobrunettafaischifo e poi scrive in bacheca: quale invenzione di Steve Jobs vi ha cambiato la vita? con tanto di foto di prodotti Apple. Sottomessi, come tutti, all’ideologia del consumismo; già il fatto che presupponga di “cambiare la vita” (senza non puoi farne a meno!) è indicativo.

Mezzo secolo fa veniva pubblicato Miti d’oggi, il saggio con cui Roland Barthes analizzava la società di massa degli anni Cinquanta. Sotto la sua lente, gli oggetti della vita quotidiana e dei media diventavano la chiave di lettura per capire il proprio tempo e la propria società.

Per Barthes, il mito non sta nelle cose in sé, ma nel modo in cui esse vengono comunicate. Il principio della cultura di massa “sta nella capacità di trasformare il culturale in naturale”. Ciò che è stato artificialmente costruito diventa, attraverso la comunicazione di massa, qualcosa che ci appartiene indissolubilmente.

I sordidi incontri di catch nelle periferie parigine, la bistecca al sangue e le eterne patate fritte, la pubblicità dei detersivi iperschiumosi, gli antichi romani nei film di Mankiewicz, l’epopea ciclistica del tour de France, le rubriche astrologiche nelle riviste femminili, la Citröen DS, il viso algido di Greta Garbo nella Regina Cristina, lo strip tease al Moulin Rouge, Gide in vacanza sul fiume Congo che legge Bossuet, le fotografie di pietanze ornamentali sui giornali di cucina, l’operaio di Chaplin in Tempi moderni, la capigliatura dell’Abbé Pierre, i monumenti e i ristoranti delle guide turistiche, la spasmodica ricerca degli extraterrestri, il cervello di Einstein conteso fra le università americane, l’invenzione della plastica, le tautologie della critica teatrale accademica, la stupefacente velocità dei jet, il consumo rituale del vino e le purificazioni del latte, le immagini dei candidati nei manifesti elettorali…

Gianfranco Marrone

Alla lista, si può benissimo aggiungere la mela morsicata…

Censimento cosplay

No, non mi sono messo a contare i cosplayers; era solo per attinenza con la mia occupazione per i prossimi mesi: farò il rilevatore per il censimento. Ma di questo parlerò domani (quando sarà finito il corso di formazione), ora volevo soffermarmi sui cosplay che ho visto al Romics.

Innanzitutto, come al solito, continuano ad essere presenti Starnuto e One Piss; ma più dei cosplay, dominano sui banchi degli espositori: ti affaccia a guardare e trovi file intere di gashapon e figure di One Piece, a volte – siccome magari lo spazio per l’espositore è poco – trovi solo quello. Continuando coi cosplay, ho notato un’esplosione di Catwoman (sarà l’arrivo di Batman Arkham City e i rumors su The Dark Knight Rises?) e, soprattutto, di Vocaloid. Hatsune Miku e, molto gettonata, Luka Megurine.

Un paragrafo a parte meriterebbero i cosplay softcore, che mi sembrano in aumento rispetto ad altre fiere nel passato. Sinceramente, secondo me, ci sarebbero personaggi che, dato il loro abbigliamento (o non abbigliamento) sarebbero da lasciare solo sulla carta e sulle pellicole e non da portare dal vivo: io non metterei la mano sul fuoco per tutte le cosplayers per giurare che tutte lo facciano per amore del cosplay e non ci sia anche esibizionismo. Poi, certo, la malizia è negli occhi di chi guarda. Però poi mi dovrebbero dire che c’azzecchi con una fiera di fumetti/animazione/videogames una coniglietta di Playboy (ed era la più vestita rispetto alle altre).

No, non era Haruhi Suzumiya che pubblicizzava la Brigata SOS (immagine a destra), era solo una coniglietta.
O anche Lady Gaga, la regina delle smutandatrici: a me già sta sul cazzo quella battona della musica, me la ritrovo anche alle fiere.

Per il resto, tutto molto bello (come direbbe Pizzul), la Fiera di Roma mi sembra una buona location, per lo meno nei capannoni c’era aria condizionata. E, inoltre, uscendo da un capannone avevi comunque possibilità di non stare al sole (pareva agosto, un caldo tremendo e un sole bollente). L’unica cosa è che, come al solito, il treno di collegamento tra la Tiburtina e la Fiera di Roma c’ha messo un’eternità (all’andata): è bello constatare che i treni regionali, in qualunque parte d’Italia, funzionino (o non funzionino) allo stesso modo. L’Italia è unita e uniforme, almeno in questo. Altra cosa, è che avevo fatto i biglietti solo per il viaggio d’andata (ho pasticciato con la macchinetta automatica, invece di fare il biglietto per 2 persone andata e ritorno, ho fatto il biglietto per 4 persone): ho pensato, vabé, quelli per il ritorno li farò alla Fiera: che illuso, alla fermata Fiera c’erano solo i binari e i marciapiedi, null’altro. O sono cieco io che non ho visto dove li vendessero o lì veramente non c’era niente. Capisco che non sia zona abitata e che quindi ci sia solo gente che và lì e ritorna e non gente che dalla Fiera va a Roma (e che quindi ha necessità di acquistare i biglietti), ma almeno una macchinetta automatica? Mah. Sono salito senza biglietto. Io, comunque, 3,60 euro a Trenitalia (la cifra complessiva per l’andata e il ritorno) lì ho dati (si veda il pasticcio con la macchinetta).