Un ego sovradimensionato é un facile bersaglio

 
Riconosco alcune stanze, le ricordavo con le dita al buio,
era un tunnel che scendeva su di un binario, un rivolo di imbarazzo, una maglietta attraversata da molecole d’acqua
 
sorridete!
 
La finzione è in scena, si preparino gli attori: mi sono dato fuoco, una felicità preordinata non faceva per me, io cercavo la vita da francese su e giù a camminare senza tempo con spensierata vanità saccente, seduti sui vecchi muri che ricordano a memoria i fondoschiena delle ragazze, contando i posti per dire "eccoci", magari ostentando la superbia del poeta di corte entrato nelle grazie del sovrano.
 
Poi è venuto il momento di partire, con un castello che mi occhieggiava da lontano, sepolti a raccogliere ombra perchè il sole faceva avances troppo marcate.
Ecco, lo sento dentro le vene. Mi raggiunge quando il silenzio viene a bussare alle mie orecchie, quando la mia attenzione si riserva un momento di pausa, quando non sento più un campanello che mi richiama all’ordine.
E l’invidia per ciò che non hanno mai capito, la dimentico? No, ecco altre pillole: manda giù, è per il tuo bene.
 
Mi ricordo, ero ancora io. Ho toccato un’altra stanza, ancora, è uguale alla precedente. E mentre perdevo innocenza e timidezza pensavo ad azzerare le sfide, a renderle vane perchè ormai avevo raggiunto l’energia.
 
Poi la fine. Quando cala il sipario l’attore muore, il regista novello Satana reclama la sua anima, sotto una timida pioggia mi nascondevo dal distratto pubblico non pagante, mentre mettevo la parola fine alle mie velleità. Vi avevo fatto troppo affidamento, sul sentiero umorale sono caduto; per Ego, forse, ma anche per dedizione alla causa.
 
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