Suburbano – “Sidni”

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Torno a casa nel primo pomeriggio stanco e annoiato, con i piedi che gridavano pietà dall’interno delle vecchie scarpe che portavo. Forse era il caso di fare un investimento per delle calzature decenti, prima che le mie estremità scioperassero. 
Era una giornata calda, un sole traditore aveva costretto al pianto molte ascelle altolocate, io non stavo tanto meglio nei miei sgualciti panni invernali.
 
Dovevo assistere ad una noiosissima conferenza stampa di presentazione della tournee di un come cazzo si chiamava nuovo gruppo inglese – due brufolosi ventenni annunciati come la futura rivelazione del rock, non fanno in tempo a pubblicare un disco che subito spuntano altre due, tre, quattro, decine di future rivelazioni e nel frattempo questi si sono già sciolti dopo aver tirato su un pò di grana- e scrivere un pezzo.
Dopo aver aspettato per ore ci hanno bidonato non presentandosi. Bravi così, giovani e impudenti. E niente pezzo, tanto non lavoro neanche a tempo pieno per quella carta igienica chiamata giornale. Quando c’è una rottura di palle in vista e nessuno disponibile chiamano me. E se non sto troppo scazzato accetto anche. Cazzo, son soldi.
Ma questa volta niente pezzo, niente soldi. Peccato. E addio investimento calzature.
 
Sulla strada del ritorno avevo allungato il mio percorso passando per una viuzza laterale brulicante di vite alternative. Passavo di lì per dare un occhio alle puttane che praticano in pieno giorno sotto gli occhi di tutti, tra venditori ambulanti, casalinghe di ritorno dal mercato, bambini vaganti affidati alla strada – come se questa fosse una tata -, barboni ubriachi.
Di puttane ce ne erano sempre tre o quattro, in genere prossime od oltre i quaranta, residui che il mercato delle vie notturne principali rifiutava: passai di fianco a quella che sembrava la più giovane – non meno di trent’anni, comunque -, una biondona prosperosa con un fisico tutto sommato decente, però quasi rido guardandole le gambe fasciate nelle calze a rete che sembravano due insaccati appesi ad essiccare.
Accenno un sorriso e le chiedo come va, lei si volta dall’altra parte ignorandomi. Cristo! Son arrivato a farmi disgustare anche dalle puttane.
 
Quando arrivo in quel buco che definire appartamento era un eufemismo, trovo Molly la padrona di casa come al solito intenta in pulizie inutili (la sporcizia non spariva, mai, anzi sembrava riprodursi. Forse era Molly a spargerla di nascosto in giro per avere qualcosa da fare). Mi vede e senza proferire verbo mi allunga il bloc notes dove annotava le telefonate, dicendomi che avevano lasciato un messaggio per me.
CIAO JO
IO VADO IN AUSTRALIA, A SIDNI (Molly aveva la licenza elementare…) PER UN LAVORO
PARTO STASERA, NON SO QUANTO STARO VIA
CHIAMA SE TI VA
STAMMI BENE
 
Strappo il foglio e lo butto nel cestino, tentando di fare canestro. Fuori. Peccato, era un tiro da tre punti. Molly, sempre senza dir niente, raccoglie la cartaccia da terra e le getta.
 
Così anche Rebecca fuggiva via.
Via da me.
 
Sbottono i pantaloni e mi getto sul divano.
Stavo cominciando ad avvizzire dentro e non me ne accorgevo. Poco mi mancava dal diventare come quei vecchi che entrano in crisi se sposti le loro cose. Rebecca era una mia cosa, e ora si stava spostando e non l’avrei trovata più per chissà quanto tempo.
Rebecca aveva scelto una propria strada.
Nel mondo esistono le persone che scelgono e le persone che si fanno scegliere.
 
Ed io a che categoria appartenevo?
Ostentavo orgogliosamente uno stile di vita pseudo libertino, fingevo un disprezzo delle regole come un bambino che intinge le mani nella marmellata anche se gli è stato detto di non farlo, non mi preoccupavo dei rigidi formalismi e delle convenzioni sociali, perchè avevo rinunciato al normale quieto vivere da società civile, le buone impressioni la macchina pulita non bere di mattina non vomitare in giro non fare colazione con una bistecca non farti vedere dopo aver fumato erba non camminare a piedi nudi per strada non dormire di giorno non stare sveglio di notte paga la bolletta appena arriva sorridi sempre quando ti ferma la polizia lavati sempre le mani non mettere negli articoli parole come cazzo figa uccello passera non guardarle le tette non rubare la biancheria alle ragazze con cui esci.
 
Era questa la vita che avevo scelto? O era solo la vita che più mi faceva comodo, perchè mi stancava troppo cercare una mia strada?
Con le donne forse era così, mi stancavo e trovavo faticoso mettermi in gioco, e allora vivevo in uno stato di perenne preventiva rassegnazione.
Quando Denise ad esempio mi disse di non voler più vivere con me, io senza darle troppo peso come se fossi preparato all’evento già dall’inizio della storia le dissi
<<ok>>
Poi pensai a qualcosa di brillante da dire, e aggiunsi
<<potevi almeno fare la spesa prima di andartene, stasera con cosa ceno?>>
Non mi rispose.
Infine dovetti cedere ad un impeto d’orgoglio, e chiesi se stesse scopando con qualcuno in quel periodo, ma lei negò. Non la guardai in viso mentre lo diceva, quindi non sono sicuro che dicesse la verità. Poco importa, tanto di sicuro attualmente starà scopando con qualcuno. Non la vidi più da quando varcò la soglia di casa mia. Forse è morta e io non ne sono a conoscenza, sarà una di quelle persone che tu tieni lì conservata nell’elenco dei vivi, poi un giorno incontri un tale che ti dice ehi lo sai chi è morto? E tu, no, ma dai, come è successo, mi dispiace (e intanto cerchi di ricordarti chi cazzo fosse la persona che è morta).
 
Con Rebecca però era diverso, io c’avevo provato sul serio a mettermi in gioco. Lei era una fonte di ordine per me. Nelle mie vite passate avevo sempre speso il tempo a cercare di imporre il mio disordine agli altri, finendo per travolgerli e disorientarli, tant’è che o cercavano di ammazzarmi o fuggivano sconvolti.
Rebecca invece no, riusciva a contenermi e allo stesso tempo indirizzare le mie energie al meglio, quello è stato forse il mio periodo maggiormente creativo, la passione finalmente non era diretta semplicemente ad uno stadio di eccitazione corporea.
 
Ora Rebecca con la sua fonte di ordine si trasferiva a "Sidni" – beata ignoranza! Forse è meglio non sapere, a volte. Perchè quando sai e non fai, perchè non puoi o non vuoi, allora qualcosa dentro la tua testa non funziona,  ti sei creato delle stanze in cui vaghi e vaghi e vaghi e non ne esci più.
 
Ero ancora in tempo per scegliere? Scegliere e…amare? Amare, forse, no non saprei, l’amore non l’ho mai definito perchè è un’altra di quelle convenzioni che la gente ama seguire, sono insicuri di loro stessi allora devono fissare un punto fermo: ok ci amiamo, piazziamo l’etichetta e viviamo felici.
No no, io non volevo fissare etichette, volevo scorrere, far fluire le mie passioni…
 
Sgombro la mente.
Getto lo sguardo su un bicchiere appoggiato sul tavolino. Si poteva dedurne l’età come per gli alberi, contando gli anelli di calcare depositativisi all’interno. Era proprio vecchio dentro!
 
Mi alzo di scatto, corro in bagno a guardarmi allo specchio, apro la bocca e puntando alla luce mi guardo la gola. 
Niente anelli di calcare, per fortuna. Almeno questo.
 
 
 

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