Suburbano – Diario del bruco

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Quella mattina mi alzai con un tremendo dolore al collo, come se una enorme mano ungulata mi stringesse ai lati della nuca e non mollasse la presa. Detesto quando il sonno non è fonte di sano riposo; il sonno è un sostegno del quale non si può fare a meno, noi ci immergiamo nei nostri letti come bruchi dentro ad un bozzolo in cerca del conforto e dell’intimità che abbiamo perso da quando un utero ha deciso di non ospitarci più, e pretendiamo che per quelle 6-7-8 eccetera ore possiamo stare in pace lontano dall’aggressivo mondo esterno. 
 
La mattina poi l’illusione svanisce e torniamo a strisciare lungo i sentieri delle nostre vite.
Qualcuno strisciando lascia su quei sentieri anche rivoli di bava. Anche a me capita di trasudar bava, ma solo quando vedo un bel culo femminile. Una volta vidi passare così tante fighe (forse per coincidenza, forse si era ribaltato lì vicino un camion che le trasportava) che dopo un pò mi accorsi di avere i piedi immersi in una pozzanghera che avevo formato io stesso. Tornato a casa la padrona mi vide inzaccherato e domandò <<Ma fuori ha piovuto? Non me ne sono accorta>>
 
Ci sono poi alcune persone che non riescono a resistere al gelido mondo esterno e finiscono per imbozzolarsi dentro loro stessi, diventando crisalidi ambulanti che non si romperanno mai per far uscire una vanessa o anche una volgare cavolaia. Non hanno altra dimensione che le pareti del loro guscio, le loro stupide grida rimbalzano tra se e sé, e quelle degli altri non li raggiungono perchè restano chiuse fuori. E le distanze tra gli esseri umani aumentano.
Fu quel giorno che presi coscienza delle reale portata di quelle distanze, anche se proseguii per giorni ad ignorarle.  
 
Arrivai trafelato alla biglietteria della stazione, ma appena mi avvicinai per chiedere due biglietti un omino indaffarato nel cercare di capire come si accende un computer (o un computer indaffarato nel capire perchè uno strano essere non si sa se appartenente al regno animale, vegetale o minerale gli sta mettendo le mani addosso) mi invita ad andare all’edicola. Corro in edicola, e chiedo alla vecchia vedova tumulata lì dentro – un ritratto vivente della rassegnazione che sembra chiedere la morte, ma essendo cattolica fino al cerume invece di farla finita aspetta ipocritamente o la fine della sua vita per consunzione naturale o una rapina mano armata – due biglietti.
 
<<Toh>> E me li getta davanti.
Poi aggiunge << Non ce la fai >>.
Io abbozzo un ghigno, e le rispondo << Prenderò quello dopo>>.
 
La vecchia bastarda si sbagliava, perchè feci in tempo. Anche se mentre salivo le scale respirando affannosamente sentivo i gradini urlarmi <<smetti di fumare, coglione!>>
 
Appena arrivato e sceso da quel barattolo di latta su rotaie, m accorsi di sentire un odore strano nell’aria. In genere la Città del Caos puzza di gas di scarico, vomito, piscio, merda, plastica bruciata, caffè corretto con assorbenti usati – non chiedetemi come mi viene questa sensazione – ma quel giorno c’era qualcosa in più. Si sentiva profumo di estate, anche se formalmente si era ancora in primavera. Il sole cuoceva così tanto che tornato a casa e tolta la maglietta potevo notare allo specchio come la base della mia nuca fosse diventata color cuoio.  La cosa più ridicola era poi il contrasto col bianchiccio pallido del resto della schiena.
 
Avrei preferito vedermi con Jason, anche perchè doveva ancora riportarmi un accordatore che gli avevo prestato per la chitarra – a quei tempi quell’individuo lisergico era ancora sopportabile –  ma dovevo ottemperare quella che era diventata una formalità e non più un rapporto tra due persone. Ma del resto l’intera sovrastruttura che domina i rapporti sociali è fatta di formalismi, si vive di etichette e manuali d’istruzione. Solo che l’umanità non è pronta per accettare tale realtà. Oppure tiene nascosta la verità perchè fa tutto parte di una grande cospirazione. Questo almeno mi era confusamente rimasto da un paio di raduni pseudo hippy a cui avevo partecipato per scriverci degli articoli sopra, non mi era rimasto molto altro in testa perchè la mia soglia di attenzione cala vistosamente dopo dieci minuti che ascolto un discorso. Cinque minuti se sono seghe mentali. Un minuto se di fianco c’è una scollatura con la quale far due chiacchiere. 
 
E alla fine comunque lo strano ero io.
 
Forse la mattina in realtà la mano invisibile dietro il collo cercava solo di trattenermi e invitarmi a restare a casa, in attesa di giorni migliori per trovare un bozzolo femmina in cui infilarmi.
 
 

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