Suburbano – Scioccanti note blues

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Negli ultimi anni avevo iniziato a pensare a quelli che tra le mie conoscenze avrebbero potuto tirare le cuoia per primi, tenevo le quotazioni e le aggiornavo di tanto in tanto a seconda della vita che stava facendo il soggetto in questione. Se era una vita che prometteva pericoli allora una eventuale puntata sul "cavallo" sarebbe stata pagata molto meno visto l’aumentare delle probabilità di dipartita.
Ad esempio da quando Nancy aveva iniziato a svendere i suoi fianchi e la sua bocca decisi che l’avrei pagata molto meno una scommessa su di lei, perchè tanto prima o poi qualche fottuto figlio di papà col naso infarinato e l’uccello in tiro, a cui lei scuciva soldi, l’avrebbe cacciata in guai molto seri.
 
Jason invece era proprio un cavallo da evitare, troppo alte le probabilità che fosse lui a lasciarci per primi, sarebbe stato un ben misero guadagno quello ricavato da una puntata su di lui.
 
Ovviamente le mie erano scommesse virtuali e non andavo realmente in giro a raccoglierle, non credo che a questo mondo ci sia molta gente dotata di ironia ed in grado di accettare simili innocenti passatempi.
E’ triste scommettere su quelli che crepano, ma un uomo deve pur inventarsi qualcosa per tenere impegnato il cervello e non imboccare definitivamente la strada della pazzia.
 
Fu così che la telefonata di Daniel dall’ospedale non mi colpì più di tanto, anzi ero quasi alterato perchè aveva appena interrotto una interessantissima fase REM in cui mi ero addentrato, speravo che quando sarei potuto ritornare a letto avrei ripreso il sogno nel punto in cui era stato interrotto.
 
<<…Devi venire subito in ospedale….Jason sta conciato male…beh meglio che vieni >>
 
Continuavo a ripensare alle parole di Daniel mentre guidavo e intanto immaginavo quale metodo avesse scelto Jason per dire addio a questo mondo: davo per scontato infatti che si trovasse in ospedale per un tentativo di suicidio perchè era diventata così monotona e deprimente la sua vita (e così monotono e deprimente lui stesso) che non vedevo altra prospettiva per lui. A meno che non fosse stato investito per strada mentre passeggiava, oppure non gli fosse caduta una tegola in testa – non si può mai sapere – ma in quel momento la mia idea era fissa sull’ipotesi suicidio.
 
Il suicidio.
L’opinione comune è che si tratti di un atto di egoismo (una delle tre categorie Durkheimiane), io invece ho sempre pensato che il più grande atto di egoismo sia decidere di rimanere vivo e rifiutarsi di morire – non vedo perchè mai debba essere io a togliermi di mezzo, che lo facciano gli altri, io voglio continuare a mangiare, bere, dormire, fumare e scopare, nonostante questo mi obblighi a sopportare una certa quantità di disagi come il dover fare un lavoro che non mi piace giusto per pagare le cose che ho elencato sopra – e che quindi il suicida è un inconsapevole altruista.
 
Questi pensieri deliranti – probabilmente non ero del tutto sveglio ma vagavo ancora tra residui della precedente fase REM, se mi beccassero gli sbirri in questo momento mi pesterebbero per bene pensando che io sia fatto – ondeggiavano nella testa, si accavallavano, facevano a pugni, mentre scioccanti note blues entravano nella mia vettura facendo vibrare le molecole di ossigeno e anidride carbonica presenti, portandomi alle orecchie un ritornello familiare
  
I’m walking on sunset , and I’ll never reach the end
I’m walking on sunset, everything is like a friend…

 
Semaforo rosso.
Il bar all’angolo cerca di attirarmi e distogliermi dalla mia missione (?) con le sue note tinte di blues che fuoriescono dal locale di proposito per adescare perdigiorno come me.
 
Un cane si svuota sul lampione di fronte, sul marciapiede a lato un omino stempiato con le mani nelle tasche della giacca sdrucita si avvicina ad un transessuale dai tratti asiatici. Questa sera qualcuno si divertirà.
 
Il cane ha finito la riserva e ora prosegue per la sua strada annusando l’asfalto.
 
 
Semaforo verde.
 
Esito, poi accosto e decido di riempire la mia di riserva con una birra nel bar.
 
 
 
CONTINUA
 
 

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