Suburbano – Daniel

Daniel camminava con le mani in tasca e la testa bassa, fissando il grigio asfalto e accelerando il passo di tanto in tanto per poi rallentare per prendere fiato.

Ogni tanto alzava la testa, si guardava intorno, buttava fuori una nuvoletta di alito che condensava all’istante per il freddo, e poi tornava a fissare l’asfalto grigio e umido per la pioggia appena caduta. Quella patina di bagnato si era attaccata sulla coltre di malinconia della città.

 Non era a disagio in quel posto. Lui ERA il disagio di quel posto.

 Il disagio di una persona che vaga senza meta, un lupo della steppa che si ritrova in un centro commerciale il sabato pomeriggio, un punto interrogativo alla fine della frase “Cosa ci faccio qui?”

Anche se più che un lupo, Daniel pareva una iena. Sempre pronto ad approfittare della situazione, a lottare per l’ultimo boccone di carne putrida rimasto.

Ma del resto, era la legge della sopravvivenza. Daniel sopravviveva.

Sopravviveva 10 ore nell’officina di suo zio, tra olio, grasso, gas di scarico, la coppa dell’olio rotta e i freni da registrare, la chiave inglese che sistematicamente non era mai dove doveva essere e la cler del garage che un giorno si e l’altro pure si bloccava a metà e non voleva saperne di scendere, e bisognava tirarla giù a mano.

Sopravviveva quando il batterista e il chitarrista del suo gruppo si insultavano a vicenda, l’uno criticava i suoi riff di tre note e lo accusava di non saper tenere in mano una chitarra, l’altro gli rinfacciava di andare fuori tempo e di distrarlo. E il tutto finiva con il batterista che lanciava via le bacchette e il chitarrista che se ne andava sbattendo la porta.

 E lui rimaneva lì, seduto in un angolo, anche dopo che era rimasto solo nella sala prove (un vecchio garage tappezzato di cartoni di uova), chinato sul suo basso elettrico comprato usato ai tempi del liceo,  continuava a tirar giù note su note che parevano esser parte di un continuum, ogni volta che riprendeva a suonare ricominciava dal punto che aveva lasciato in sospeso, come un pittore che disegna un quadro da anni e ogni volta riprende dal punto in cui il pennello si era staccato dalla tela.

Sopravviveva quando lo chiamavano le ragazze con cui era uscito, per dirgli che era un bastardo, che non si faceva mai sentire, che dopo aver scopato con loro spariva nel nulla. Faceva partire il repertorio di frasi pre-registrate, e al suon di “Si. Hai ragione. Si sono un bastardo. Si, scusami, è un periodo un pò così. Si. Ora devo riattaccare. Si. Ciao.”, le liquidava.

Respingeva le persone prima che potessero respingere lui.

Il semaforo era rosso. Daniel si fermò.

Era l’immagine esatta della sua vita. Un semaforo rosso. Un omino fermo che dice “io non vado da nessuna parte”.

Infatti quella mattina Daniel non stava andando da nessuna parte. Come sempre. Tutta la sua vita non andava da nessuna parte.

L’asfalto non voleva saperne di asciugarsi, mentre Daniel continuava a fissarlo.

Semaforo verde.

Continuava a fissare il suolo.

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4 Pensieri su &Idquo;Suburbano – Daniel

  1. Sai che questi frammenti di racconti(o nn so come chiamarli) che scrivi sn favolosi mi prendono mi catturano!! ma pensi di lasciarli così? perchè sennò mi lasci con l’amaro della delusione in bocca. per favore continuali che mi piacerebbe leggerli!!!
    Scusa il disturbo.
    A presto.
    Ciao

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  2. Cavoletti!!! Davvero complimentoni!!! Scrivi davvero bene.
    Ne approfitto per chiederti scusa se non ti ho accettato subito, quando mi hai mandato la richiesta di accedere al mio blog, ma è un periodo un po’ sballato, ed è tanto se riesco ad andare su internet ogni tanto.
    Vabè, giustificazioni a parte, mi fa piacere che ti sia piaciuto^^
    A presto.
    Alexiel/Takochan/Selphie/Sery… (L’uno vale l’altro XD)

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Si accettano miagolii

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