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Suburbano – Un serio professionista

 
L’estate stava ripiegando su se stessa come una foglia caduta che cede controvoglia vitalità, accartocciandosi come in preda alla vergogna. I tramonti si avvicinavano sempre di più, rendendo brevi le giornate di alcuni, lunghe le nottate di altri. Io ero uno di quelli che usciva per andare incontro alla sera, salutando amichevolmente il crepuscolo che alzava finalmente la serranda per accogliere noi sbandati.
Era uno di quei giorni, quando camminavo a capo chino per le vie del centro, contando i cubetti di porfido sotto le scarpe; per strada tante facce di persone che raccontavano il nulla, il vuoto nei loro sguardi che descrive la pochezza di una società che ci riduce a manichini ambulanti, su e giù per inseguire sempre gli stessi pensieri: la casa, il lavoro, il lavoro per pagare la casa, il marito, la moglie, il lavoro per pagare gli alimenti alla moglie, il marito che tradisce la moglie al lavoro, il cane, il piscio del cane, il vicino che si lamenta del piscio del cane, i figli, i figli che si picchiano a scuola, la scuola che…no, basta. Quando sono in mezzo a questi gusci vuoti sto male. Eppure senza di essi non potrei descrivere me stesso, per assurdo sono loro a tenermi in piedi per quel che sono. La libertà dalla grigia normalità ha un prezzo, e questo prezzo è proprio l’invidia per la rassicurante grigia normalità.
 
Avevo oltrepassato il tabaccaio da un pò, distratto da queste ed altre considerazioni: faccio per girarmi per tornare indietro, e la mia faccia s’incontra – o meglio, si scontra – con quella che ad occhio pareva una terza coppa C.
 
«Ma che diavolo! Ma perché non guarda dove va? É modo di muoversi per strada?»
Senza badarci molto tiro dritto, biasciando un «…mi scusi…» stirato. In altri tempi avrei approfittato dell’incidente per cercare di intavolare una conversazione che potesse concludersi in posizione orizzontale, ma ero troppo stanco e svogliato.
Mi sento tirare per il braccio.
 
«Ma…É lei?…Si, é proprio lei!»
«No signora, guardi, non credo…» e non mi fa terminare la frase.
«Si si, é proprio lei!»
«No, forse lei si confonde…» e non riesco a terminare la frase neanche stavolta.
«Aaah, si figuri, capisco che un serio professionista come lei preferisca l’anonimato, ma qui per strada solo io e lei sappiamo come stanno le cose! Venga, andiamo in posto più tranquillo! »
 
Perfetto, mi mancava da un pò incontrare una matta. Chissà per chi mi avrà preso, un divo della televisione, forse. No, impossibile, ha detto che sono un serio professionista. Mah, può scapparci qualcosa di interessante. Al limite scroccherò un bicchiere.
 
Mi introduce in uno pseudo fast food; una nuvola d’aria satura di olio fritto, grassi e colesterolo mi accoglie appena apro la porta. Un ragazzo con un cappellino rosso con su il logo del locale riordina i portatovaglioli sui tavolini lungo il lato sinistro del locale. Sul lato opposto tre ragazzini seduti su sgabelli metallici mangiano patate fritte e sghignazzano. Uno fa cadere una patatina per terra.
 
Ci sediamo ed io ordino una birra. Per lei niente.
«Mi deve scusare per prima, sa, so che nel vostro mestiere la riservatezza è essenziale…»
Per chi mi avrà scambiato? Un gigolò? La cosa si fa interessante.
«…non sa che piacere mi fa incontrarla, avevo proprio bisogno di uno come lei, della sua mano "artistica"…»
Un imbianchino? Un pittore?
«…sa, è passato tanto tempo dall’ultima volta, non sapevo come trovare un modo per ricontattarla…io ho di nuovo quel problema seccante con un marito…»
Uno spacciatore di viagra?
«…quando mi sono risposata sapevo che sarebbe arrivato questo momento, non volevo ammetterlo, ma era troppo pensare di poter resistere tanto tempo prima di mettere mano ai suoi soldi…»
Un avvocato?…Basta, ci rinuncio.
«Ora che poi ha scoperto le mie piccole scappatelle mi sta facendo minacce di ogni tipo, mi anche bloccato le carte di credito! Meno male che sono una previdente e ho un conto segreto, altrimenti ora sarei in mezzo ad una strada!…E non potrei nemmeno permettermi il suo aiuto…»
 
La conversazione si interrompe all’arrivo del ragazzo con la mia birra. Ringrazio. Per la birra e perchè l’ha fatta tacere.
Mentre sorseggio alzo gli occhi per scrutarla meglio. Rimane in silenzio, un accenno di turbamento sembra incresparle il volto. Pare che l’adrenalina messa in circolo dall’incontro con me, il suo uomo della provvidenza, stia scemando. Gioca con un mazzo di chiavi.
Avrà al massimo 35 anni; abbastanza piacente, labbra sottili ma ben rifinite. Intravedo il tocco di un chirurgo (mi avrà scambiato per il suo chirurgo?…). Il setto nasale sembra che le prema sul viso. Per compensazione, gli zigomi sembrano gonfiarsi in fuori. Ma il tutto senza eccedere, non pare una bambola di plastica.
A parte per le tette.
 
Rimaniamo in silenzio per qualche molto lungo istante, poi prende la borsa, estra il portamonete, e tira fuori una fotografia. La fa scivolare verso di me con due dita.
 
«Ecco, è lui.» afferma indicando con lo sguardo.
Il marito, presumo. Bell’uomo. Sulla cinquantina.
«.Voglio un lavoro ben fatto, come l’ultima volta. Non si deve sospettare nulla, ma d’altronde non ho bisogno di dirle questo. Lei è una persona seria.»
 
La mia fantasia comincia a lavorare a tutto spiano. Credo di intuire quale sia il mio tocco artistico, quello di cui ha bisogna la donna che ho di fronte. Ma mi sembra del tutto assurdo, forse non reggo più la birra, ecco, questo sarebbe ancora più assurdo però.
 
Apre di nuovo la borsa. Prende qualcosa, ma stringe il pugno e non intravedo cosa. L’altra mano corre a tirare la mia, la apre e dopo averci posato la cosa che stringeva nel pugno, me la richiude. sento un fruscìo di carta.
 
«Questi sono gli unici che ho al momento…credo bastino come anticipo.»
 
Sbircio l’interno della mia mano. Vedo carta, molta carta. Numeri sulla carta. É un rotolo di banconote. É pazzesco, ma chi è questa qui? Cosa vuole?
 
Mentre stavo ancora fissando la mia mano lei scrive qualcosa su di un blocco, poi ne strappa un foglio e me lo porge
 
«Qui – mi indica col dito - è dove lavora. Più sotto ci sono i posti che frequenta abitualmente. Agisca come meglio crede, basta che io non c’entri con la sua morte. Ma è inutile, no? Lei…»
«Io sono un serio professionista.» Ora ci sto credendo anche io.
«Si…»
 
La birra è finita. Sarei tentato di chiarire l’equivoco, ma ormai ci sono troppo dentro. Sono stato a parlare con una che assolda un killer per far fuori il marito, non posso uscirmene con la storia dello scambio di persona. E se poi incontrasse il vero killer per far fuori anche il testimone?….Non conosce niente di me, ma adesso che esco potrebbe anche seguirmi.
Potrei andare via con i soldi, ma rimane il problema che potrebbe scoprire che non ero chi pensava che fossi e mettersi in testa di rintracciarmi. Forse qualcuno mi ha visto entrare qui con lei, qualcuno che mi conosce. Non capita di rado che io passi di qui.
 
«Allora, accetta?»
«Si, signora – mentre faccio per alzarmi -, stia tranquilla, mi farò vivo io.»
 
La saluto e me ne vado.
Non so perchè avessi parlato in quel modo, in quel momento mi era sembrata la cosa giusta da dire.
Ed ora eccomi qui, carico di bigliettoni e di guai. Pensare che stavo in giro solo per perdere un pò del mio inutile, stupido tempo. Forse era meglio se avessi fatto la cosa più giusta, cioè approfittare dello scontro fortuito per fare il maniaco come mio solito.
Ecco cosa si guadagna a fare il morigerato.
 
CONTINUA
 
 
 
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Pubblicato da su 21 agosto 2009 in Senza categoria

 

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Suburbano – “Sidni”

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Torno a casa nel primo pomeriggio stanco e annoiato, con i piedi che gridavano pietà dall’interno delle vecchie scarpe che portavo. Forse era il caso di fare un investimento per delle calzature decenti, prima che le mie estremità scioperassero. 
Era una giornata calda, un sole traditore aveva costretto al pianto molte ascelle altolocate, io non stavo tanto meglio nei miei sgualciti panni invernali.
 
Dovevo assistere ad una noiosissima conferenza stampa di presentazione della tournee di un come cazzo si chiamava nuovo gruppo inglese - due brufolosi ventenni annunciati come la futura rivelazione del rock, non fanno in tempo a pubblicare un disco che subito spuntano altre due, tre, quattro, decine di future rivelazioni e nel frattempo questi si sono già sciolti dopo aver tirato su un pò di grana- e scrivere un pezzo.
Dopo aver aspettato per ore ci hanno bidonato non presentandosi. Bravi così, giovani e impudenti. E niente pezzo, tanto non lavoro neanche a tempo pieno per quella carta igienica chiamata giornale. Quando c’è una rottura di palle in vista e nessuno disponibile chiamano me. E se non sto troppo scazzato accetto anche. Cazzo, son soldi.
Ma questa volta niente pezzo, niente soldi. Peccato. E addio investimento calzature.
 
Sulla strada del ritorno avevo allungato il mio percorso passando per una viuzza laterale brulicante di vite alternative. Passavo di lì per dare un occhio alle puttane che praticano in pieno giorno sotto gli occhi di tutti, tra venditori ambulanti, casalinghe di ritorno dal mercato, bambini vaganti affidati alla strada – come se questa fosse una tata -, barboni ubriachi.
Di puttane ce ne erano sempre tre o quattro, in genere prossime od oltre i quaranta, residui che il mercato delle vie notturne principali rifiutava: passai di fianco a quella che sembrava la più giovane – non meno di trent’anni, comunque -, una biondona prosperosa con un fisico tutto sommato decente, però quasi rido guardandole le gambe fasciate nelle calze a rete che sembravano due insaccati appesi ad essiccare.
Accenno un sorriso e le chiedo come va, lei si volta dall’altra parte ignorandomi. Cristo! Son arrivato a farmi disgustare anche dalle puttane.
 
Quando arrivo in quel buco che definire appartamento era un eufemismo, trovo Molly la padrona di casa come al solito intenta in pulizie inutili (la sporcizia non spariva, mai, anzi sembrava riprodursi. Forse era Molly a spargerla di nascosto in giro per avere qualcosa da fare). Mi vede e senza proferire verbo mi allunga il bloc notes dove annotava le telefonate, dicendomi che avevano lasciato un messaggio per me.
CIAO JO
IO VADO IN AUSTRALIA, A SIDNI (Molly aveva la licenza elementare…) PER UN LAVORO
PARTO STASERA, NON SO QUANTO STARO VIA
CHIAMA SE TI VA
STAMMI BENE
 
Strappo il foglio e lo butto nel cestino, tentando di fare canestro. Fuori. Peccato, era un tiro da tre punti. Molly, sempre senza dir niente, raccoglie la cartaccia da terra e le getta.
 
Così anche Rebecca fuggiva via.
Via da me.
 
Sbottono i pantaloni e mi getto sul divano.
Stavo cominciando ad avvizzire dentro e non me ne accorgevo. Poco mi mancava dal diventare come quei vecchi che entrano in crisi se sposti le loro cose. Rebecca era una mia cosa, e ora si stava spostando e non l’avrei trovata più per chissà quanto tempo.
Rebecca aveva scelto una propria strada.
Nel mondo esistono le persone che scelgono e le persone che si fanno scegliere.
 
Ed io a che categoria appartenevo?
Ostentavo orgogliosamente uno stile di vita pseudo libertino, fingevo un disprezzo delle regole come un bambino che intinge le mani nella marmellata anche se gli è stato detto di non farlo, non mi preoccupavo dei rigidi formalismi e delle convenzioni sociali, perchè avevo rinunciato al normale quieto vivere da società civile, le buone impressioni la macchina pulita non bere di mattina non vomitare in giro non fare colazione con una bistecca non farti vedere dopo aver fumato erba non camminare a piedi nudi per strada non dormire di giorno non stare sveglio di notte paga la bolletta appena arriva sorridi sempre quando ti ferma la polizia lavati sempre le mani non mettere negli articoli parole come cazzo figa uccello passera non guardarle le tette non rubare la biancheria alle ragazze con cui esci.
 
Era questa la vita che avevo scelto? O era solo la vita che più mi faceva comodo, perchè mi stancava troppo cercare una mia strada?
Con le donne forse era così, mi stancavo e trovavo faticoso mettermi in gioco, e allora vivevo in uno stato di perenne preventiva rassegnazione.
Quando Denise ad esempio mi disse di non voler più vivere con me, io senza darle troppo peso come se fossi preparato all’evento già dall’inizio della storia le dissi
<<ok>>
Poi pensai a qualcosa di brillante da dire, e aggiunsi
<<potevi almeno fare la spesa prima di andartene, stasera con cosa ceno?>>
Non mi rispose.
Infine dovetti cedere ad un impeto d’orgoglio, e chiesi se stesse scopando con qualcuno in quel periodo, ma lei negò. Non la guardai in viso mentre lo diceva, quindi non sono sicuro che dicesse la verità. Poco importa, tanto di sicuro attualmente starà scopando con qualcuno. Non la vidi più da quando varcò la soglia di casa mia. Forse è morta e io non ne sono a conoscenza, sarà una di quelle persone che tu tieni lì conservata nell’elenco dei vivi, poi un giorno incontri un tale che ti dice ehi lo sai chi è morto? E tu, no, ma dai, come è successo, mi dispiace (e intanto cerchi di ricordarti chi cazzo fosse la persona che è morta).
 
Con Rebecca però era diverso, io c’avevo provato sul serio a mettermi in gioco. Lei era una fonte di ordine per me. Nelle mie vite passate avevo sempre speso il tempo a cercare di imporre il mio disordine agli altri, finendo per travolgerli e disorientarli, tant’è che o cercavano di ammazzarmi o fuggivano sconvolti.
Rebecca invece no, riusciva a contenermi e allo stesso tempo indirizzare le mie energie al meglio, quello è stato forse il mio periodo maggiormente creativo, la passione finalmente non era diretta semplicemente ad uno stadio di eccitazione corporea.
 
Ora Rebecca con la sua fonte di ordine si trasferiva a "Sidni" – beata ignoranza! Forse è meglio non sapere, a volte. Perchè quando sai e non fai, perchè non puoi o non vuoi, allora qualcosa dentro la tua testa non funziona,  ti sei creato delle stanze in cui vaghi e vaghi e vaghi e non ne esci più.
 
Ero ancora in tempo per scegliere? Scegliere e…amare? Amare, forse, no non saprei, l’amore non l’ho mai definito perchè è un’altra di quelle convenzioni che la gente ama seguire, sono insicuri di loro stessi allora devono fissare un punto fermo: ok ci amiamo, piazziamo l’etichetta e viviamo felici.
No no, io non volevo fissare etichette, volevo scorrere, far fluire le mie passioni…
 
Sgombro la mente.
Getto lo sguardo su un bicchiere appoggiato sul tavolino. Si poteva dedurne l’età come per gli alberi, contando gli anelli di calcare depositativisi all’interno. Era proprio vecchio dentro!
 
Mi alzo di scatto, corro in bagno a guardarmi allo specchio, apro la bocca e puntando alla luce mi guardo la gola. 
Niente anelli di calcare, per fortuna. Almeno questo.
 
 
 

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Pubblicato da su 20 marzo 2009 in Senza categoria

 

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Suburbano – Diario del bruco

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Quella mattina mi alzai con un tremendo dolore al collo, come se una enorme mano ungulata mi stringesse ai lati della nuca e non mollasse la presa. Detesto quando il sonno non è fonte di sano riposo; il sonno è un sostegno del quale non si può fare a meno, noi ci immergiamo nei nostri letti come bruchi dentro ad un bozzolo in cerca del conforto e dell’intimità che abbiamo perso da quando un utero ha deciso di non ospitarci più, e pretendiamo che per quelle 6-7-8 eccetera ore possiamo stare in pace lontano dall’aggressivo mondo esterno. 
 
La mattina poi l’illusione svanisce e torniamo a strisciare lungo i sentieri delle nostre vite.
Qualcuno strisciando lascia su quei sentieri anche rivoli di bava. Anche a me capita di trasudar bava, ma solo quando vedo un bel culo femminile. Una volta vidi passare così tante fighe (forse per coincidenza, forse si era ribaltato lì vicino un camion che le trasportava) che dopo un pò mi accorsi di avere i piedi immersi in una pozzanghera che avevo formato io stesso. Tornato a casa la padrona mi vide inzaccherato e domandò <<Ma fuori ha piovuto? Non me ne sono accorta>>
 
Ci sono poi alcune persone che non riescono a resistere al gelido mondo esterno e finiscono per imbozzolarsi dentro loro stessi, diventando crisalidi ambulanti che non si romperanno mai per far uscire una vanessa o anche una volgare cavolaia. Non hanno altra dimensione che le pareti del loro guscio, le loro stupide grida rimbalzano tra se e sé, e quelle degli altri non li raggiungono perchè restano chiuse fuori. E le distanze tra gli esseri umani aumentano.
Fu quel giorno che presi coscienza delle reale portata di quelle distanze, anche se proseguii per giorni ad ignorarle.  
 
Arrivai trafelato alla biglietteria della stazione, ma appena mi avvicinai per chiedere due biglietti un omino indaffarato nel cercare di capire come si accende un computer (o un computer indaffarato nel capire perchè uno strano essere non si sa se appartenente al regno animale, vegetale o minerale gli sta mettendo le mani addosso) mi invita ad andare all’edicola. Corro in edicola, e chiedo alla vecchia vedova tumulata lì dentro – un ritratto vivente della rassegnazione che sembra chiedere la morte, ma essendo cattolica fino al cerume invece di farla finita aspetta ipocritamente o la fine della sua vita per consunzione naturale o una rapina mano armata – due biglietti.
 
<<Toh>> E me li getta davanti.
Poi aggiunge << Non ce la fai >>.
Io abbozzo un ghigno, e le rispondo << Prenderò quello dopo>>.
 
La vecchia bastarda si sbagliava, perchè feci in tempo. Anche se mentre salivo le scale respirando affannosamente sentivo i gradini urlarmi <<smetti di fumare, coglione!>>
 
Appena arrivato e sceso da quel barattolo di latta su rotaie, m accorsi di sentire un odore strano nell’aria. In genere la Città del Caos puzza di gas di scarico, vomito, piscio, merda, plastica bruciata, caffè corretto con assorbenti usati – non chiedetemi come mi viene questa sensazione – ma quel giorno c’era qualcosa in più. Si sentiva profumo di estate, anche se formalmente si era ancora in primavera. Il sole cuoceva così tanto che tornato a casa e tolta la maglietta potevo notare allo specchio come la base della mia nuca fosse diventata color cuoio.  La cosa più ridicola era poi il contrasto col bianchiccio pallido del resto della schiena.
 
Avrei preferito vedermi con Jason, anche perchè doveva ancora riportarmi un accordatore che gli avevo prestato per la chitarra - a quei tempi quell’individuo lisergico era ancora sopportabile –  ma dovevo ottemperare quella che era diventata una formalità e non più un rapporto tra due persone. Ma del resto l’intera sovrastruttura che domina i rapporti sociali è fatta di formalismi, si vive di etichette e manuali d’istruzione. Solo che l’umanità non è pronta per accettare tale realtà. Oppure tiene nascosta la verità perchè fa tutto parte di una grande cospirazione. Questo almeno mi era confusamente rimasto da un paio di raduni pseudo hippy a cui avevo partecipato per scriverci degli articoli sopra, non mi era rimasto molto altro in testa perchè la mia soglia di attenzione cala vistosamente dopo dieci minuti che ascolto un discorso. Cinque minuti se sono seghe mentali. Un minuto se di fianco c’è una scollatura con la quale far due chiacchiere. 
 
E alla fine comunque lo strano ero io.
 
Forse la mattina in realtà la mano invisibile dietro il collo cercava solo di trattenermi e invitarmi a restare a casa, in attesa di giorni migliori per trovare un bozzolo femmina in cui infilarmi.
 
 

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Pubblicato da su 14 marzo 2009 in Senza categoria

 

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Conversazioni del passato futuro – Stralci di futuro bionico

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I seguenti frammenti acquisteranno senso nel probabile passato futuro
 
 
REGISTRAZIONE DL-9/b
 
 
<sconosciuto> : Così è giunta l’ora?
<prigioniero> : …Chi…chi sei?
<sconosciuto> : Sono venuto ad aiutarti
<prigioniero> : …Aiutarmi?
<sconosciuto> : Ho saputo dell’esperimento fallito, non siete riusciti a devitalizzare il Soggetto C. La rescissione ha iniziato ad interessare i quadranti 3 6 ed 8, presto riuscirà a staccare i residui contatti e l’avrete perso, come il precedente esperimento.
<prigioniero> :…E’…E’ stato un errore…credevamo di controllare
<sconosciuto> : Controllare? CONTROLLARE? Non potete controllare quello che non conoscete e con cui non siete mai venuti a contatto. Non conoscete le loro reazioni, non potete prevederle. Credete di analizzare loro e invece loro stanno analizzando voi, state scoprendo il fianco ad una forma nuova di evoluzione ma non siete in grado di resistere alla progressione.
<prigioniero> …Noi…Credevamo…Credevamo sarebbe stato diverso…
<sconosciuto> : E’ questo il problema di voi homo sapiens: cedete il passo elle emozioni e deambulate nel giardino delle illusioni perdendo di vista la realtà solida. Credete, credete, i vostri "credo" sono stati la vostra rovina. Dovreste essere declassati dal novero delle razze raziocinanti.
<prigioniero> …
<sconosciuto> : Sai è piacevole starvi a guardare mentre centimetro dopo centimetro avanzate verso l’autodistruzione. Non vi accorgete che più venite a contatto con Loro più arrecate danno alle vostre menti. Ma non potete farne a meno, non è così? Se non sbaglio lo definite "masochismo".
<prigioniero> Noi…non siamo…Non siamo come ci vedete…
<sconosciuto> : E’ questo il problema.
 
 
FINE DELLA REGISTRAZIONE
 
 
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Pubblicato da su 4 ottobre 2008 in Senza categoria

 

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Suburbano – Scioccanti note blues

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Negli ultimi anni avevo iniziato a pensare a quelli che tra le mie conoscenze avrebbero potuto tirare le cuoia per primi, tenevo le quotazioni e le aggiornavo di tanto in tanto a seconda della vita che stava facendo il soggetto in questione. Se era una vita che prometteva pericoli allora una eventuale puntata sul "cavallo" sarebbe stata pagata molto meno visto l’aumentare delle probabilità di dipartita.
Ad esempio da quando Nancy aveva iniziato a svendere i suoi fianchi e la sua bocca decisi che l’avrei pagata molto meno una scommessa su di lei, perchè tanto prima o poi qualche fottuto figlio di papà col naso infarinato e l’uccello in tiro, a cui lei scuciva soldi, l’avrebbe cacciata in guai molto seri.
 
Jason invece era proprio un cavallo da evitare, troppo alte le probabilità che fosse lui a lasciarci per primi, sarebbe stato un ben misero guadagno quello ricavato da una puntata su di lui.
 
Ovviamente le mie erano scommesse virtuali e non andavo realmente in giro a raccoglierle, non credo che a questo mondo ci sia molta gente dotata di ironia ed in grado di accettare simili innocenti passatempi.
E’ triste scommettere su quelli che crepano, ma un uomo deve pur inventarsi qualcosa per tenere impegnato il cervello e non imboccare definitivamente la strada della pazzia.
 
Fu così che la telefonata di Daniel dall’ospedale non mi colpì più di tanto, anzi ero quasi alterato perchè aveva appena interrotto una interessantissima fase REM in cui mi ero addentrato, speravo che quando sarei potuto ritornare a letto avrei ripreso il sogno nel punto in cui era stato interrotto.
 
<<…Devi venire subito in ospedale….Jason sta conciato male…beh meglio che vieni >>
 
Continuavo a ripensare alle parole di Daniel mentre guidavo e intanto immaginavo quale metodo avesse scelto Jason per dire addio a questo mondo: davo per scontato infatti che si trovasse in ospedale per un tentativo di suicidio perchè era diventata così monotona e deprimente la sua vita (e così monotono e deprimente lui stesso) che non vedevo altra prospettiva per lui. A meno che non fosse stato investito per strada mentre passeggiava, oppure non gli fosse caduta una tegola in testa – non si può mai sapere - ma in quel momento la mia idea era fissa sull’ipotesi suicidio.
 
Il suicidio.
L’opinione comune è che si tratti di un atto di egoismo (una delle tre categorie Durkheimiane), io invece ho sempre pensato che il più grande atto di egoismo sia decidere di rimanere vivo e rifiutarsi di morire - non vedo perchè mai debba essere io a togliermi di mezzo, che lo facciano gli altri, io voglio continuare a mangiare, bere, dormire, fumare e scopare, nonostante questo mi obblighi a sopportare una certa quantità di disagi come il dover fare un lavoro che non mi piace giusto per pagare le cose che ho elencato sopra – e che quindi il suicida è un inconsapevole altruista.
 
Questi pensieri deliranti – probabilmente non ero del tutto sveglio ma vagavo ancora tra residui della precedente fase REM, se mi beccassero gli sbirri in questo momento mi pesterebbero per bene pensando che io sia fatto – ondeggiavano nella testa, si accavallavano, facevano a pugni, mentre scioccanti note blues entravano nella mia vettura facendo vibrare le molecole di ossigeno e anidride carbonica presenti, portandomi alle orecchie un ritornello familiare
  
I’m walking on sunset , and I’ll never reach the end
I’m walking on sunset, everything is like a friend…

 
Semaforo rosso.
Il bar all’angolo cerca di attirarmi e distogliermi dalla mia missione (?) con le sue note tinte di blues che fuoriescono dal locale di proposito per adescare perdigiorno come me.
 
Un cane si svuota sul lampione di fronte, sul marciapiede a lato un omino stempiato con le mani nelle tasche della giacca sdrucita si avvicina ad un transessuale dai tratti asiatici. Questa sera qualcuno si divertirà.
 
Il cane ha finito la riserva e ora prosegue per la sua strada annusando l’asfalto.
 
 
Semaforo verde.
 
Esito, poi accosto e decido di riempire la mia di riserva con una birra nel bar.
 
 
 
CONTINUA
 
 

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Pubblicato da su 8 settembre 2008 in Senza categoria

 

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Suburbano – Nancy

 
 
Dal bordo del materasso partivano, per incontrarsi verso il centro del letto, sottili percorsi e increspature formati dal lenzuolo sconvolto, qua e là qualche avvallamento rammentava tracce di una pressione esercitata dall’alto verso il basso, un racconto in codice di una notte alquanto viva.
Al centro del letto, la sua schiena nuda spruzzata da impertinenti efelidi si mostrava in tutta la luminosità della sua pelle, tutta quella forma era una sottila linea sinuosa che alla fine andava a nascondersi sotto una coperta che malcelava le sue candide rotondità: un quadro senza tempo sarebbe stata la figura che appariva all’osservatore inerte davanti alla femminilità di cui si intuiva la silenziosa presenza.
 
Nancy.
 
Ricordava quando tutto era cominciato a cambiare?
 
 
Una volta i sabati sera li passava in giro con il solito gruppo di 3-4 amici, quando doveva uscire accendeva sempre la radio per farsi accompagnare, mentre si preparava, dal ciarlare di una euforica dee-jay radiofonica (che in maniera chiassosa raccontava improbabili storie di faide tra rappettari scandite a colpi di violente liriche ) con la quale condivideva la passione per lo stesso genere musicale.
 
La Città del Caos non offriva particolari intrattenimenti, una volta che la parte giovane della sua popolazione si impadroniva delle strade, ma consentiva comunque di passare senza troppi pensieri una serata in compagnia.
 
Nancy era ancora troppo ragazzina e il coprifuoco impostole non le consentiva di vivere sino in fondo quella vita notturna, soventi erano i litigi con quella ingombrante figura adulta che pareva esserle madre, sintomi anche di un disagio più profondo e radicato.
 
Probabile che fosse anche anoressica, non lo confessò mai, comunque.
Neanche sotto l’inquinamento psicotropo di alcool ed erba confessava i suoi problemi, era sempre piena di tronfia riservatezza sulle cose che la riguardavano.
 
I problemi non le impedivano di godersi appieno le gioie di quei momenti in compagnia, la semplicità devastante delle serate passate su una panchina offriva il miglior intrattenimento, e riusciva a darle quella dose di buon umore necessaria per non disprezzare le altre persone.
 
 
Nancy.
 
Ora andava spargendo sapore di donna, a caso; sapeva comunque tenerlo nascosto a coloro che non desiderava. Mai mischiare sentimenti e lavoro, forse.
Forse più probabilmente esercitava quel sano diritto all’indifferenza nei confronti di un uomo che una donna riceve alla nascita, ma che scopre solo quando si affacciano i primi pruriti della giovinezza.
 
Stretta nelle sue camicette e nei suoi jeans attillati si slanciava in mezzo la folla, quasi a farsi notare, ma voltava la testa sdegnata appena era scorta da qualche conoscente. Liberatasi di quella frangia di capelli adolescenziale che trasversalmente le cadeva fin sull’occhio destro, aveva assunto un’aria più affascinante ma nello stesso tempo più fredda. L’aria ingenua e il sorriso stampato sul viso – chissà perchè i sorrisi sono sempre "stampati" – avevano lasciato il posto ad una espressione da astuta e seria calcolatrice.
 
 
La sveglia suonò rumorosamente.
Si girò dall’altra parte del letto, disturbata dal sole che entrava dalla finestra. Notò le banconote sul comodino ed allungò una mano per prenderle, le rigirò tra le dita scrutandole con gli occhi ancora non del tutto liberi dal sonno e saltò su innervosita
 
<<Solo queste? Cazzo, quel coglione m’ha fregata!…La prossima volta mi faccio dare i soldi in anticipo…vaffanculo!>
 
Nancy.
 
Ricordi quando tutto è cambiato?
 
 

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Pubblicato da su 16 maggio 2008 in Senza categoria

 

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Suburbano – Jason, fine?

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Quel giorno tornò a casa stanco. Non perchè avesse lavorato duramente, la sua era stanchezza mentale, che giorno dopo giorno si accumulava dentro di lui e si stratificava trascinandolo sempre più in uno stato di torpore perenne.
Si gettò sul divano sospirando, reclinò la testa all’indietro e cominciò a fissare il soffitto.
 
Conobbi Jason ad una festa, quando le feste eran ancora feste e non "party", che mi dà sempre l’idea di un raduno di figli di papà col naso consumato dalla coca, di mignotte in cerca di polli danarosi e di checche che non vedono l’ora di strusciartelo addosso.
 
 
Si era infilato una borsetta in testa a mò di colbacco ed imitava una danza cosacca, o almeno nelle sua mente rimescolata ed impastata dall’alcool credeva di farlo. Io ero al mio tavolino a bere il mio terzo (o quarto) Jack e fissavo quell’idiota.
Un’ora dopo, l’impasto che aveva nel cervello gli stava uscendo dalla bocca in un angolo di strada, e non so per quale motivo c’ero io a reggergli la fronte.
 
Non sarà l’unica volta. L’alcool lo reggeva abbastanza bene, il problema è che i nevrotici ansiosi come lui non dovrebbero bere, ci dovrebbe essere un cartello con la faccia di uno schizzato all’ingresso dei bar con scritto su IO NON POSSO ENTRARE. Jason era un tipo già agitato di suo, quando beveva si agitava ancora di più e lo stomaco dopo un pò gli si rivoltava e gli attraversava l’esofago in cerca della libertà.
 
All’epoca in cui lo conobbi aveva perso la testa per una ragazzina che credo facesse la puttana. La beccavi per strada e la vedevi sempre tornarsene a casa con un accompagnatore diverso: ora non so voi, ma io di sicuro mi farei pagare vista la facilità con cui si raccattano clienti.
 
A volte provavo a dirlo a Jason
 
<< Senti amico, se vuoi andare a puttane ti ci porto io, ne conosco una che è capace di succhiarti anche l’anima ah ah ah!>>
 
Ma lui si alterava sempre se parlavo male della "sua" donna.
Le donne per lui erano una sega mentale perenne, credeva sempre di viver con loro chissà quale grande storia quando in realtà per loro non esisteva nemmeno.
Quando se ne rendeva conto, puntualmente si deprimeva e tornava a casa ad ascoltarsi Jeff Buckley o altra roba deprimente.
 
<< Cazzo, me smettila di ascoltare questa roba depressa, tu devi ascoltare un pò di rock! Ascolta i Credeence, i Lynyrd Skynyrd, gli Stones, gli Zeppelin! Quella è roba forte, non quello che ascolti tu, questa è gente che ha raccattato più droga e fica di quanta potremmo fumarcene e scoparcene noi due in tutta la nostra vita! >>
 
Così finivamo sempre a fare i soliti discorsi, lui mi diceva che ascoltavo roba da vecchi, io gli dicevo che lui non capiva un cazzo, e così via.
 
Quel giorno non mise su Jeff Buckley, comunque.
Prese in mano la chitarra e cominciò a fissarla.
 
Da quando aveva mollato il gruppo non suonava più, e una chitarra che non suona diventa inutile. Probabilmente è così che si sentiva Jason, come una chitarra che non suona.
 
Il rapporto con gli amici era andato a puttane, non li incontrava più e non li sentiva da tempo. Un vuoto enorme rinchiuso nel suo gracile fisico si era addensato e cominciava a risucchiarlo dal di dentro, come il buco nero al centro della via Lattea che un giorno ci schiaccerà tutti portandosi via questa merda di pianeta.
 
Non ho mai capito che genere di rapporto ci legava, ho sempre pensato che mi ritenesse una sorta di fratello maggiore che avrebbe dovuto guidarlo ed indirizzarlo. Io, figuriamoci!
Ma per esser fratelli, litigavamo troppo poco.
Probabilmente era questo che si aspettava, che litigassimo e che lo sgridassi e lo stendessi con un pugno quando esagerava con le sue paranoie.
 
Ma la mia vita è troppo incasinata per mettermi a giocare a far la balia, ho i miei cazzi per la testa e le mie spalle portan su i miei problemi, non posso portare anche quelli degli altri, non sono mica un mulo da soma specializzato nel carico di scazzi altrui.
E non capisco poi perchè più sei stronzo più la gente ti prende come uno di fiducia.
 
 
Quello schifo di giorno non si mise a suonare la chitarra, forse sentiva di non esserne più capace.
Ne staccò la cinghia, prima di riporla sul divano.
 
C’era un tubo che attraversava il soffitto del suo appartamento (inizialmente quello non era un appartamento abitabile, ma un semplice soppalco abusivo usato come ripostiglio dal padrone di casa) ci fece passare la cinghia con cui aveva formato un cappio per inserirci la testa, salì sulla sedia tirò un respirò e poi saltò giù per andar incontro al suo destino.
 
 

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Pubblicato da su 27 aprile 2008 in Senza categoria

 

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Suburbano – Il bar Fumo&Vomito

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Sput!
 
Sputai una cicca di gomma nel bicchiere mezzo pieno di quello schifoso scotch.
 
<<Non sputare nel bicchiere, coglione!>>
 
<<Sta zitta puttana!>>
 
<<Stronzo!>>
 
Shirley, la padrona del bar. Puzzava di castità lontano un miglio, gli avventori ubriaconi del bar lo sapevano e manco ci provavano con lei, sapevano che tanto era una di quelle che non la mollano manco a pagarla. Non era brutta ma quell’integralismo verginista la imbruttiva parecchio.
E l’atmosfera di quel bar non rendeva certo migliore le cose, c’era sempre fetore di fumo e vomito marcio, è per questo che oramai era conosciuto come il bar FV, Fumo & Vomito, non ci si ricordava neanche quale era il nome originale, se mai ne avesse avuto uno.
 
Aprii una bottiglia di Johnnie Walker, lo versai nel bicchiere (un altro bicchiere, non quello con la cicca che avevo sputato). Mi piace il Johnnie, abbiamo lo stesso nome.
 
Non feci in tempo a buttarmelo in gola, che sentii la porta aprirsi. Con la coda dell’occhio la vedo avanzare, poi mi passa davanti e la scruto attraverso il fondo del bicchiere e i riflessi ambrati del whisky.
Cristo santo, che gambe slanciate, sembravano esser aumentate dall’ultima volta, è assurdo!
 
Butto giù il Johnnie e poso il bicchiere. Fortunatamente era questo  a deformarle le gambe che rimanevano stupefacenti lo stesso, comunque. Continuavo a fissarla, giù dagli stivali fino in su, cristo, lei una di quelle che se ti camminasse con i tacchi sulla schiena le chiederesti scusa se le fai male ai piedi.
 
Poi alzi lo sguardo e ti sgama a guardarla e lanciandoti un’occhiata tra l’indifferente lo snob e il disgusto ti dice "wè Jo! sempre qua stai?" che tradotto vuol dire "Senti un pò porco, ma non hai un cazzo da fare che startene qua a guardarmi il culo tutte le volte che arrivo, coglione?"
 
Ah Nancy Nancy.
Ti butterei sul biliardo per giocare un pò con le stecche le palle e le buche.
 
Tanto lo sai che non lo farei. Sai che sono un povero gnocco e che pensieri perversi su di te mai mi han sfiorato.
Sarà per questo che ti provoco repulsione, chissà.
 
Dietro Nancy spunta la figura del suo fedele cane da guardia – cazzo - quella grassona non la molla mai un secondo. Non ho capito se Nancy se la porta dietro come animale da compagnia, oppure è una lesbicona e ogni tanto quando si annoia le concede di farle un lavoretto di lingua, oppure le serve per apparire più carina. L’avete mai sentita? Le donne si portano in giro un’amica – cesso perchè così nel confronto ci guadagnano e appaiono più belle.
 
Mi saluta, il cane da guardia. Annuisco con la testa, è già troppo per me. Entra un poliziotto che ordina caffè e ciambelle. Ma che cazzo! Il massimo dello stereotipo, ma anche tu, esci fuori dal fumetto in cui ti han rinchiuso, coglione!
 
Il cane da guardia va in bagno. Dovrà spulciarsi. E’ l’occasione buona per avvicinarsi a Nancy, cristo, Nancy, quanto soffro. Mi porto dietro la bottiglia. Nel frattempo lei inizia a spettegolare con Shirley che sta scaldando le ciambelle al coglione, alle orecchie mi arrivano ondate di cumuli delle loro ciarle, portate come rifiuti dalla risacca. Fisso la bottiglia.
 
Shirley si allontana per servire il poliziotto fumetto. Rigiro la bottiglia con la mano. Nancy non dice niente.
 
<< Come ti va?>>
 
<<Bene, a te?>> disse con aria di sufficienza.
 
<<Tutto bene>>
 
Silenzio. Lo potevi tastare con le mani il silenzio che calava giù.
 
 
Nancy si alza per andare in bagno. Ora del lavoretto, forse.
 
Il poliziotto fumetto si alza per andare a pagare, e si sistema giusto di fianco a me.
 
 
<< Non attacca, eh? >> un balloon appare sulla testa del poliziotto
 
<< Cosa? >>
 
<< Dai, si vede da lontano che sbavi per quella troietta. Di faccia non è un granchè, ma secondo me da dietro dà delle soddisfazioni. Ah, cazzo, me la sbatterei sul quel biliardo! >>
 
Questo qui mi dà ai nervi. Come osa violentare così Nancy, trincerato dietro quella divisa del cazzo, questo servo lecca palle del sistema arrogante coi deboli e vigliacco coi potenti, gli strapperei il manganello per infilarglielo dove l’ha già avuto altre volte, non si spiega altrimenti come sia riuscito ad avere quel posto di lavoro.
 
Ho ancora la bottiglia tra le mani, la alzo e prima che lui se ne accorga CRASH! in frantumi sulla sua faccia bianca anemica, cade sul bancone batte la testa, poi rotola per terra il volto una maschera di sangue, cocci di vetro negli occhi si! Ha avuto quel che meritava.
 
Si, sarebbe molto bello fracassargli la faccia.
 
 
 
<< Ti assicuro che neanche da dietro è un granchè>> gli dico mentre mi alzo dal bancone e mi giro per andarmene.
Il poliziotto fumetto poi attacca a provarci con Shirley. Povero pollo, avrà il naso chiuso e non sentirà la puzza di castità.
 
 
 
Esco dal bar, per riprendere la solita vita.
 
 
 
Una volta mi han chiesto se vale la pena morire per una donna.
Io risposi che è meglio morire prima che ti uccida lei.
 
Ma oggi non ne avevo voglia. Ci penserò domani.
 
 
 
 

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Pubblicato da su 3 marzo 2008 in Senza categoria

 

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Suburbano – Zoe

 
Quanto tempo sarà passato?
 
Si, quanto tempo sarà passato, Zoe?
 
 
Forse un’era geologica, forse pochi giorni, poco importa, la dis-abitudine oramai copre con una coltre spessa le azioni passate, e Zoe era persa in un vortice d’ansia, che saliva tra le arterie del collo e le pulsava in testa.
 
 
Oh no, Zoe. Come è triste il tuo patetico mondo, tra quattro mura squallide in cui hai rinchiuso te stessa, i tuoi sogni, la tua vita. Ora il contatto col mondo esterno ti si è fatto problematico, non è forse così, non pensi al terrore di trovarti sola tra sguardi estranei che ti giudicano, ti strappano la pelle di dosso mettendo a nudo in tuoi pensieri? Ora devi uscire, farti vedere, è la tua prova, oggi.
 
 
 
Eppure quello doveva essere un noioso, stanco e fannulloneggiante giorno come altri. Poca voglia di chinarsi sui libri, poca voglia di metter in ordine casa, poca voglia di metter il naso fuori, poca voglia di tutto. In fondo se il soprannome che Zoe aveva ricevuto dalla sua coinqulina era "Miss non-ho-voglia", c’era un motivo.
 
Ma in fondo perchè impegnarsi, perchè affannarsi a rincorrere il mondo, quando il mondo non aveva voglia di esser raggiunto? Zoe questo lo aveva realizzato da anni, e rideva nel vedere le altre persone non stare mai un attimo ferme, come instancabili criceti su una ruota, indefessi corridori che si dannavano l’anima per mantenere in moto quella ruota. Era più semplice fermarsi e scender giù, come aveva fatto Zoe, ma no, non volevano, o forse non realizzavano che c’era un modo per scendere.
 
 
 
 
 
<< Zoe, sono a casa>> disse Mel, la coinquilina, rincasando
 
(Eccola, ora si lamenterà come al solito) pensò Zoe
 
 
<< Ho fatto un pò di shopping…ma…>>
 
(Ora lo dirà)
 
 
<< Non è possibile!…Eppure ti avevo detto o no di lavare i piatti? >>
 
(Lo dice…)
 
 
<< Allora, mi rispondi o continui a guardarmi senza dir niente, Miss non-ho-voglia? >>
 
 
(Lo ha detto)
 
 
<< Avevo da fare >> Le rispose seccata Zoe
 
<< C-come sarebbe avevi da fare? Tu non fai mai nulla! Passi così tanto tempo sul divano che un giorno o l’altro ti troverò fusa con lui! >>
 
 
 
 
 
Zoe non fece una piega, prese la giacca e uscì. Meglio affrontare l’ansia per strada che sopportare quello sproloquio.
 
 
 
<< Assurdo! E ora dove se ne va?…Quella ragazza è matta >>
 
 
 
Si, forse era matta. Forse non lo era. Chi può dirlo, visto da vicino nessuno sembra normale, e ognuno può aver le sue buone ragioni, basta scendere dalla ruota e fermarsi ad ascoltarle.
 
 
 
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Pubblicato da su 23 giugno 2007 in Senza categoria

 

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Suburbano – Cellulare?

 
Oggi entra il sole nella stanza. Fa male, va via, non voglio essere toccato, voglio nascondermi, mimetizzarmi, scomparire. Il cellulare tace. Coma profondo. Sei solo una sequenza di numeri e non il più importante tra questi. Nulla di nuovo.
 
Ultimo contatto scritto 28-02-2007 ore 15:38.
 
Din don
 
Din don
 
 
Adesso sono tornato.
Ho fame. Mi sto divorando. Tu mi stai divorando, vai via per favore, esci da qui, sei un nemico, come questo sole malefico che coi suoi raggi mi sta cercando, io assorbo, assorbo, assorbo come una spugna qualsiasi gesto, cosa hai su quel display, chi o cosa c’è. Ti sento che respiri, osservo i tuoi passi, osservo le tue distrazioni.
 
 
 
Era un anno fa, circa. Una giornata insipida come tante, la Città Confusa brulicava di normale vita da Caos diffuso, il cielo, dubbioso, sceglieva che vestito mettersi, se quello buono festoso da spirito sereno o quello da turbato irrequieto nuvoloso.
 
 
Ta-daa. Sorpresa. Oggi test.
Sicuri? Chi mette in giro queste voci?…Cosa ne puoi sapere, tu, universitaria stressata coi capelli unti di sudore, te lo sarai sognato mentre ti sditalinavi davanti a quel poster che hai nella camera, te lo si legge in faccia, puzzi ancora di nicotina della sigaretta di ieri sera, non far preoccupare inutilmente la nostra cricca di sfaccendati, oggi niente test. E stop.
 
 
Ta-daa (reprise). Sorpresa al cubo. Cara prof, ci vuoi sodomizzare per bene, mi sa che la studentella torto non ne aveva, a meno che quei fogli minacciosi che ci sventoli davanti non siano il famigerato test ma volantini sovversivi per incitare la componente studentesca ad una rivolta contro il distributore del caffè che distribuisce acqua sporca al posto della nota bevanda.
 
 
Non si sa mai, meglio verificare.
 
No, niente rivolta. TEST. TEST. TEST. TEST. TEST.
 
<< Chi non vuole farlo se ne vada, ci vediamo all’esame >>
 
Ok, arrivederci prof, spero che le venga un collasso.
 
 
 
Stop. In mezzo la porta mi blocco preda del dubbio.
 
 
Ma se…?…No, pazzia…Vabbè, che fa.
 
Ok. Proviamoci, torniamo indietro, facciamo sto test del cavolo.
 
 
Entro nell’aula dell’orrore, scruto, osservo, cerco una posizione consona, uh, un posto vuoto, scusa ragazza con una camicia bianca e un orrendo gilet rosso sopra, è libero?
 
<< Si si >>
 
Ok, grazie ragazza con una camicia bianca, un orrendo gilet rosso sopra secondo per "orrendume" solo alla tua faccia.
 
Vabbè cominciamo, troviamo le risposte, l’interscambio di informazioni è fluido, la Città Confusa oggi forse non ci vedrà tornare a casa mestamente col muso strisciante per terra.
 
 
<< Comunque io sono…piacere >>
 
Che sciocco, non mi sono manco presentato, piacere…e la tua faccia non è affatto male, anzi, mi sbagliavo, uh, sempre a tirar giudizi affrettati, prima di pensare, prova a pensarci su.
 
 
 
Piacere.
 
 
 
 
Din don
 
Din don
 
 
 
Sono preoccupata per l’esame.
 
 
Frègati. Avresti dovuto sentirti dire. Ma i raggi di sole, quantunque un uomo ami rifugiarsi nell’ombra, ti trovano sempre, e ti fanno chiudere gli occhi per non venire accecato.
 
 
 
Coma profondo. Non squillerà il cellulare.
 
 
 
 
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Pubblicato da su 6 aprile 2007 in Senza categoria

 

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